Autoassoluzione secolare, antisionismo armato, antigiudaismo residuale: i 3 tipi di antisemitismo spiegati senza ipocrisie
di Redazione - 8 Febbraio 2026 alle 11:35
di Stefano Maria Capilupi
Il 7 ottobre 2023, a Roma, c’era la grande manifestazione “La Via Maestra” promossa dalla Cgil, mentre, per funesta e tristissima coincidenza, fin dalla primissima mattina erano arrivate le notizie del massacro compiuto da Hamas in Israele. A chi veniva chiesto che cosa pensasse, non di rado rispondeva con spallucce o con un riflesso morale immediato: “Avranno avuto le loro ragioni”. Ora non si vuole fare dietrologia, ma in quei giorni, anche nel privato, i toni assolutori non furono pochi fra molti militanti. E rimarrà sempre nella memoria che nel 2025 altri siano scesi di nuovo in piazza proprio il 7 ottobre, quando almeno quel giorno andava scelto solo per il silenzio e il lutto. Errore tutt’altro che raro: cercare “l’antisemitismo” come un blocco unico. In realtà ne esistono più tipi, con maschere diverse, spesso travestite da virtù: laicità, antirazzismo, purezza morale, anticolonialismo.
L’antisemitismo autoassolutorio, tipicamente moderno, funziona così: “Non posso essere antisemita perché sono laico”, “perché difendo gli oppressi”, “perché sono contro ogni razzismo”. Tuttavia, negare la religione come parte della storia culturale non rende “puri”: diventa piuttosto recinto identitario che genera sempre un nemico. Bauer, in La questione ebraica (1843), parte da un’idea semplice: per essere davvero libero, lo Stato moderno deve essere secolare; dunque gli ebrei possono ottenere l’emancipazione politica solo se smettono di presentarsi come “corpo religioso separato”, cioè se rinunciano alla loro specificità confessionale (e lo stesso, in teoria, dovrebbe valere anche per i cristiani). Marx risponde in Sulla questione ebraica (1844) rovesciando l’equazione: uno Stato può diventare laico e concedere diritti uguali a tutti senza che la religione scompaia dalla società. Per questo Marx distingue tra emancipazione politica ed emancipazione umana (cambiamento profondo delle condizioni sociali che producono alienazione). Nello stesso anno, nell’Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel (1844), Marx definisce la religione “il sospiro della creatura oppressa… l’anima di condizioni senza anima… cuore di un mondo senza cuore… l’oppio del popolo”. Certa religiosità di allora non di rado si tramutava in rinuncia alla lotta per la giustizia, e questo determinò molto il giudizio marxiano, che peraltro guardava al sentimento religioso non come fonte, ma come frutto di mali sociali. Tuttavia la categoria è rimasta ed è diventata una delle giustificazioni teoriche per l’anticlericalismo più violento.
Se consideriamo gli elementi di religiosità presenti nella cultura solo come fenomeni transeunti di disagio, non accetteremo mai un popolo, quello ebraico, che ha una chiara genesi religiosa e che, in una sua parte significativa, fu costretto alla fine dell’Ottocento a reinterpretare in senso geopolitico un certo messianismo biblico, sotto la pressione delle persecuzioni in atto in Europa e in Russia. Anche per questo nasce un antisemitismo geopolitico che si organizza nel lessico dell’antisionismo. Criticare le politiche del governo israeliano è legittimo. Ma nel secondo Novecento l’antisionismo è diventato spesso la forma presentabile dell’odio antiebraico: non più “gli ebrei”, ma “Israele” come entità metafisica del male, e una purezza che non vuole sporcarsi con la complessità. Qui la storia è chiara: non solo le persecuzioni staliniane in Unione Sovietica, ma anche “United Nations General Assembly Resolution 3379” (1975), “Zionism is racism”, e la revoca con “United Nations General Assembly Resolution 46/86” (1991) mostrano quanto a lungo una grammatica ideologica sia stata normalizzata.
L’antigiudaismo cristiano residuale, invece, è diverso dall’antisemitismo moderno, ma può nutrirlo: sedimenti vetero-teologici, Israele come controfigura negativa. Eppure Nostra aetate (1965) ha tagliato netto: rifiuto dell’odio e dell’imputazione collettiva. Una fede cristiana matura sa che la croce non accusa un popolo: rivela la responsabilità universale nell’imperfezione del mondo. E sa anche che Israele resta irriducibile: il compianto teologo Sergio Quinzio insisté molto sull’irrevocabilità delle promesse divine. Qui il punto è semplice: cristiani ed ebrei condividono la stessa speranza contro la morte, ma la custodiscono con accenti diversi. I cristiani sottolineano l’escatologia “verticale” del già (il compimento iniziato); gli ebrei ricordano l’escatologia “orizzontale” del non ancora (la storia che deve ancora essere redenta, e la morte — sconfitta). Questa distinzione non separa: impedisce che l’escatologia diventi ideologia, e che la politica si travesta da salvezza.
Se vogliamo evitare che l’antisemitismo continui a mutare pelle sotto parole “giuste”, servono due cose: una grammatica e un’etica. La grammatica: strumenti come “Working Definition of Antisemitism” (2016, IHRA) e “Jerusalem Declaration on Antisemitism” (2021) aiutano a distinguere critica legittima e demonizzazione, politica ed essenzializzazione. L’etica: responsabilità, non purezza. L’Europa è parte della genealogia del sionismo perché è stata il laboratorio delle persecuzioni; prima ha creduto di “spostare” il problema, oggi talvolta sogna di “cancellarlo”, percependo sottobanco Israele come illegittimo. La solidarietà vera non è una bandiera identitaria: è un lavoro morale difficile, con entrambi i popoli, contro entrambe le disumanizzazioni, anche quando il copione della tribù suggerisce di fare spallucce.