Il diritto internazionale è un totem farlocco: l’ambiguità della sinistra davanti al regime iraniano

di Paolo Crucianelli - 6 Marzo 2026 alle 07:43

Da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato l’intervento militare contro l’Iran, gran parte della sinistra italiana ed europea ha reagito con una critica dura e immediata. Il motivo principale invocato è quasi sempre lo stesso: la presunta violazione del diritto internazionale. È una posizione che viene presentata come moralmente ineccepibile e che, quasi sempre, è accompagnata da una precisazione rituale: la presa di distanza dal regime degli ayatollah. Nessuno, si dice, difende la Repubblica islamica. Tutti riconoscono che si tratta di un regime repressivo, autoritario, sanguinario. Eppure, quando si entra nel merito del ragionamento, emergono contraddizioni difficili da ignorare. In alcuni casi si arriva persino a dire che l’Iran non rappresenterebbe alcuna minaccia per Israele. Lo ha affermato esplicitamente, in un’intervista a Rete 4, anche Laura Boldrini.

La contraddizione emerge quando si mettono insieme tutte queste affermazioni. Se il regime degli ayatollah è davvero – come ammettono gli stessi critici dell’intervento – un regime criminale; se la sua esistenza rappresenta una minaccia per la stabilità regionale e per gli interessi dell’Occidente; se la Repubblica Islamica è alleata di Cina e Russia, a cui vende petrolio aggirando gli embarghi e, soprattutto, fornisce a Putin decine di migliaia di droni Shahed, con i quali quotidianamente colpisce l’Ucraina e se, come si è visto negli ultimi mesi e giorni, la maggior parte dello stesso popolo iraniano auspica apertamente la sua caduta, allora la domanda diventa inevitabile: chi dovrebbe tutelare, in questo caso, il diritto internazionale tanto invocato?

Abbiamo visto folle oceaniche manifestare in tutto l’Iran chiedendo la caduta del regime, così come abbiamo visto masse di iraniani festeggiare la morte della guida suprema Alì Khamenei. Quando si invoca il diritto internazionale per opporsi all’azione militare contro un regime autoritario, si dovrebbe almeno chiarire quale soggetto si sta effettivamente tutelando: la popolazione, o il regime che governa lo Stato?

Nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran, la risposta appare evidente. Così come è evidente la contraddizione di chi lancia appelli al diritto internazionale, che nella retorica di larga parte della sinistra europea sembra trasformarsi da strumento giuridico a totem identitario. Non un principio da applicare con realismo politico e storico, ma un dogma da brandire come segno di superiorità morale.

La formula sciorinata è sempre la stessa: violazione del diritto internazionale, ritorno alla diplomazia, necessità del dialogo. Parole che suonano rassicuranti e che permettono di assumere una posizione moralmente impeccabile, ma che raramente vengono accompagnate da una risposta concreta alla domanda più semplice: quale alternativa reale viene proposta?

Perché la diplomazia, con la Repubblica islamica, non è un’ipotesi astratta che si sta discutendo per la prima volta oggi e che qualche oscuro potere si rifiuta di applicare. Sono passati 47 anni dalla rivoluzione del 1979. 47 anni durante i quali il mondo occidentale ha tentato ogni forma possibile di dialogo, negoziato, accordo, apertura economica, distensione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: repressione interna sempre più dura, espansione militare attraverso proxy regionali, programmi missilistici e nucleari portati avanti per decenni facendosi beffe di accordi, trattati e divieti.

Pretendere il cessare delle ostilità è solo una formula che consente di prendere le distanze dall’uso della forza senza affrontare la questione centrale: come dovrebbe cambiare davvero la situazione iraniana. Nessuno nega l’importanza del diritto internazionale. Ma quando quest’ultimo si dimostra incapace di fermare un regime che per decenni lo ha sistematicamente aggirato e violato, la scelta diventa inevitabile: sporcarsi le mani e provare a cambiare le cose, oppure pronunciare belle parole e restare a guardare.

Il grande archivio di Israele

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