Israele, Usa e Iran. Tre popoli dalla stessa parte, contro un nemico comune: il terrorismo degli ayatollah
di Francesco Lucrezi - 6 Marzo 2026 alle 09:51
La drammatica guerra che si sta combattendo in questi giorni ha dei profili decisamente singolari. Non è certo la prima volta, nella Storia, che degli eserciti attaccano un Paese nemico senza motivi di risentimento verso il popolo che lo abita, anzi, con il dichiarato intento di liberarlo da un regime oppressivo. Gli alleati che bombardavano le città italiane, durante la Seconda guerra mondiale, non odiavano certo gli italiani, con i quali, subito dopo la guerra, furono infatti ripristinati antichi rapporti di amicizia e collaborazione. Ma una lunga, capillare e ossessiva propaganda di regime aveva convinto la stragrande maggioranza degli italiani, dei tedeschi e dei giapponesi che quei soldati fossero dei mostri, espressioni di feroci demo-giudo-plutocrazie. I giapponesi avevano ricevuto l’ordine di uccidere le loro donne prima che fossero fatte prigioniere dagli americani, che – secondo la propaganda del regime – le avrebbero stuprate e schiavizzate.
È piuttosto difficile, nella Storia, che le guerre siano soltanto tra politici e militari, mentre i popoli restano amici. Ci sono, certo, degli episodi che sembrano dimostrare il contrario. Ricordiamo, per esempio, la famosa “tregua spontanea” del Natale 1914, che vide soldati tedeschi e britannici uscire dalle trincee, contravvenendo agli ordini dei loro comandanti, per abbracciarsi, regalarsi bottiglie e sigarette, giocare insieme a calcio, tagliarsi reciprocamente barba e capelli. Alcuni offrirono fiduciosi la propria gola al coltello dello stesso nemico, che, magari, poche ore prima, aveva fatto fuoco contro di lui. Un episodio straordinario, commovente. Ma si tratta, ovviamente, di rare eccezioni, subito soffocate dalla Realpolitik. I Romani e i cartaginesi, durante le guerre puniche, non erano amici, così come non lo erano i coloni inglesi e i nativi americani.
Nella guerra, la propaganda ha sempre un ruolo essenziale: il nemico non deve essere solo colpito, ma anche odiato. Eppure, nel conflitto in corso, accade proprio che tutti e tre i popoli coinvolti, almeno al 90%, siano legati da rapporti di profonda amicizia. In tante città del mondo (persino, nonostante il grande pericolo, quelle iraniane) si vedono sventolare insieme bandiere iraniane, israeliane e statunitensi. Gli iraniani, oppressi, nell’indifferenza del mondo, da quasi mezzo secolo, da un regime satanico, paranoico, criminale, che impicca gli omosessuali in piazza, annichilisce le donne, reprime spietatamente le minoranze etniche, fomenta in tutto il mondo il più sanguinario terrorismo internazionale (ricordiamo solo l’attentato al Centro Ebraico di Buenos Aires, del 18 luglio 1985, che causò 85 morti e 300 feriti). Dimenticati da tutti, guardano con trepida speranza all’intervento americano e israeliano, che potrebbe restituire loro la libertà. Indimenticabile la scena di domenica scorsa, in cui l’iraniana Leila Farahbakhsh ha urlato a squarciagola in faccia a un gruppo di ammutoliti “pacifisti” di sinistra, che protestavano contro la guerra: “Dove siete stati in tutti questi anni, quando il mio popolo veniva massacrato e torturato? Protestate solo ora, nel momento in cui chiediamo aiuto?!”.
Quanto agli israeliani, nessuno più di loro desidera che gli iraniani abbiano un futuro di pace, dignità, libertà. Perché se la caduta del regime, per gli iraniani, rappresenta un futuro di libertà, per Israele tale evento è una conditio sine qua non per la garanzia della propria stessa esistenza. Israele non può tollerare, vicino ai propri confini, una banda di assassini che vuole distruggerlo. E che, quando ne avesse la possibilità, non esiterebbe a farlo. Le condizioni perché ciò accada non dovranno mai realizzarsi. Mai. Al di là dei fattori sentimentali, non c’è dubbio che i popoli iraniano e israeliano siano strettamente legati da un obiettivo chiaro e comune, che è quello della caduta del regime degli ayatollah. Perché quel regime, dovrebbero averlo capito anche le pietre, non è riformabile, come non lo era il nazismo. Deve essere abbattuto. E prima accade, meglio è.
I colpi di Israele contro i vertici del regime iraniano (oltre a una doverosa misura per la propria sopravvivenza) sono anche la risposta alla “richiesta di aiuto” ricordata da Leila, che ci ha spiegato che quella di oggi è una dolorosa “guerra tra amici”, in cui quasi tutti gli abitanti dei tre Paesi si considerano alleati, contro un nemico comune. Non facciamo finta di non capirlo.