Sostegno al terrorismo, minacce a Israele, rapporti con Cina e Russia: le cause (ignorate) dell’attacco all’Iran

di Paolo Crucianelli - 10 Marzo 2026 alle 07:47

Da giorni il dibattito pubblico italiano ed europeo sull’attacco militare contro l’Iran si muove su un terreno paradossale. Molti politici, commentatori e analisti non cercano tanto di capire perché gli Stati Uniti abbiano deciso di colpire la Repubblica islamica, quanto di evitare di affrontare la domanda. Ci si limita a denunciare la violazione del diritto internazionale, a deplorare le vittime civili o a dichiararsi sconcertati di fronte alla guerra, come se le sue cause fossero incomprensibili. Quando qualcuno prova a indicarne una, spesso la estrae direttamente dal cilindro delle teorie complottiste: l’idea che si tratti di una manovra di distrazione di massa per far dimenticare agli elettori MAGA gli Epstein files. Il risultato è un dibattito che oscilla tra indignazione morale e fantasia politica, ma che raramente prova a confrontarsi con la realtà geopolitica e col fatto che con la Repubblica islamica la diplomazia non ha mai funzionato.

Non è una valutazione polemica, ma un fatto storico. Dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, l’Iran ha attraversato oltre quarant’anni di negoziati, sanzioni, aperture diplomatiche e tentativi di normalizzazione. Nessuno di questi passaggi ha modificato la natura del regime né la sua strategia regionale. Al contrario, proprio negli anni in cui l’Occidente puntava maggiormente sul dialogo, Teheran ha consolidato la propria rete di milizie e organizzazioni armate in tutto il Medio Oriente.

Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq, gli Houthi nello Yemen, Hamas e la Jihad islamica a Gaza: non sono attori isolati, ma parti di un sistema di potere regionale costruito e sostenuto da Teheran. È questa rete che negli ultimi decenni ha alimentato gran parte dei conflitti dell’area e ha trasformato l’Iran in uno dei principali fattori di destabilizzazione del Medio Oriente.

Per Israele, la questione è essenzialmente esistenziale. Da oltre quarant’anni, i vertici della Repubblica islamica dichiarano apertamente che lo Stato ebraico deve essere cancellato dalla carta geografica. Non sono slogan marginali, ma una linea politica espressa ai massimi livelli istituzionali. Parallelamente, l’Iran ha costruito attorno a Israele una cintura di gruppi armati che sviluppano una pressione militare permanente.

In questo contesto, il tentativo di acquisizione di un’arma nucleare da parte dell’Iran non rappresenta solo un problema strategico, ma una minaccia diretta alla sopravvivenza dello Stato. Per questo a Gerusalemme la questione nucleare non è percepita come un dossier tra i tanti, ma come il nodo centrale della propria sicurezza nazionale.

Naturalmente le ragioni dell’intervento militare non si esauriscono nella prospettiva israeliana. Per gli Stati Uniti e l’Occidente, il regime iraniano rappresenta dal 1979 un avversario sistemico. Non solo a causa del programma nucleare, ma per l’intero sistema di alleanze e di strumenti di pressione costruiti da Teheran.

Uno degli obiettivi dell’azione militare è colpire la struttura che sostiene i cosiddetti proxy regionali. Senza il sostegno iraniano, molte milizie attive tra Libano, Siria, Iraq e Yemen perderebbero la principale fonte di risorse, armamenti e coordinamento. Smantellare questa rete aprirebbe la strada a una stabilizzazione dell’area.

Esiste poi una dimensione geopolitica spesso ignorata nel dibattito europeo. L’Iran è uno dei principali partner strategici di Russia e Cina nella competizione globale con l’Occidente. Mosca ha utilizzato massicciamente i droni Shahed forniti da Teheran per colpire infrastrutture civili e militari ucraine. Pechino, invece, ha beneficiato per anni dell’acquisto di petrolio iraniano a prezzi fortemente scontati, perché sotto embargo, traendone un vantaggio competitivo. Neutralizzare il regime iraniano significa quindi anche colpire un nodo importante della rete di cooperazione tra questi tre attori a noi antagonisti.

A tutto ciò si aggiunge un elemento evidente nelle dinamiche regionali: molti Paesi del Medio Oriente vedono con favore un ridimensionamento della potenza iraniana. Le monarchie del Golfo difficilmente lo diranno apertamente, ma da anni considerano l’espansionismo di Teheran la principale minaccia alla propria sicurezza. È altrettanto chiaro che una parte significativa del popolo iraniano, oppresso dal regime, ha ormai detto: basta.

Questo non significa che gli Stati Uniti abbiano deciso di entrare in guerra per “liberare il popolo iraniano”. Le guerre tra Stati nascono raramente da motivazioni umanitarie. Tuttavia, anche questo è uno dei fattori in gioco, ed è evidente che la fine della teocrazia khomeinista aprirebbe scenari completamente diversi per la società iraniana, che da decenni vive sotto un sistema ideologico e brutalmente repressivo.

Il punto essenziale, però, è un altro. Si può essere favorevoli o contrari all’uso della forza, discutere l’opportunità di un intervento militare o temere le conseguenze di un conflitto regionale più ampio. Sono tutte posizioni legittime. Ciò che appare meno serio è fingere di non comprendere le ragioni che hanno portato a questa guerra. La geopolitica non è un esercizio morale ma un sistema di interessi, minacce e rapporti di forza che spiegano come funziona il mondo. In questo sistema, l’Iran degli ayatollah ha rappresentato fin dalla sua nascita uno dei principali fattori di instabilità internazionale. Continuare a ignorarlo, o fingere che bastino nuovi negoziati per risolvere il problema, significa semplicemente rifiutarsi di guardare la realtà. E la realtà, prima o poi, presenta sempre il conto.

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