D’Alema spara a zero contro Israele: la mostrificazione è la benzina dell’antisemitismo

di Paolo Crucianelli - 12 Marzo 2026 alle 11:35

L’intervista concessa da Massimo D’Alema ad Annalisa Cuzzocrea su Repubblica dell’11 marzo colpisce per la radicalità delle accuse rivolte a Israele e, più in generale, all’Occidente. Non si tratta solo di una critica politica al governo Netanyahu, ma di un impianto argomentativo che arriva a descrivere Israele e, soprattutto, gli israeliani con categorie morali estreme, costruite su singoli episodi non verificabili e generalizzazioni difficilmente sostenibili.

D’Alema apre la conversazione mostrando la fotografia di una giornalista palestinese uccisa in un bombardamento a Gaza, insieme al figlioletto. Da quell’episodio trae una conclusione clamorosa, oltre che esecrabile: «Gli israeliani cercano di uccidere tutti i giornalisti, preferibilmente insieme alle loro famiglie, a scopo terroristico». Il soggetto della frase non è il governo israeliano né l’esercito, ma “gli israeliani”. L’accusa che viene espressa non è di errore militare o di violazione del diritto internazionale, ma di terrorismo deliberato contro civili. È una formulazione che attribuisce a un intero popolo una strategia criminale. Un salto retorico enorme, sostenuto però senza alcuna dimostrazione sistematica.

Lo stesso schema ricompare poco dopo, quando l’ex premier racconta – per sua stessa ammissione sulla base del racconto di un soldato – di un ufficiale israeliano che avrebbe, senza alcun motivo, spezzato le braccia e le gambe a un bambino palestinese che stava giocando per strada. Anche in questo caso il racconto è di terza mano e non verificabile. Ma da questo episodio D’Alema trae una conclusione generale: in Israele si sarebbe instaurato «un totalitarismo razzista e suprematista» in cui «l’assassinio sistematico delle famiglie e dei bambini» costituirebbe, addirittura, l’obiettivo della guerra. È difficile non vedere in questo passaggio un salto logico radicale: da un episodio isolato e non verificato si passa alla mostrificazione di un’intera società come portatrice di una cultura sistematica di violenza e disprezzo della vita umana.

Il paradosso diventa ancora più evidente quando D’Alema, sollecitato dall’intervistatrice, difende la decisione del suo governo di intervenire militarmente nei Balcani negli anni Novanta. In quel caso, spiega, la scelta fu sofferta ma necessaria perché la guerra civile aveva già provocato centinaia di migliaia di morti e dunque si trattava di fermare massacri contro la popolazione civile. Lo stesso criterio, però, sembra improvvisamente scomparire quando si parla dell’Iran. Il regime di Teheran – responsabile di una repressione interna brutale e principale sponsor regionale di gruppi armati come Hezbollah e Hamas – viene descritto come una minaccia marginale, mentre il vero problema diventerebbero Israele e l’Occidente. D’Alema sostiene, inoltre, che lo scopo della guerra all’Iran non sia esistenziale ma atta a favorire il disegno imperiale di Israele.

Il risultato è un rovesciamento completo delle responsabilità: Israele diventa il simbolo di una presunta «regressione barbarica dell’Occidente», mentre il regime iraniano viene di fatto relativizzato. Quando la critica si trasforma nella rappresentazione di un popolo come portatore di una volontà sistematica di terrorismo e di assassinio dei bambini, il discorso esce dal terreno della politica ed entra in quello della demonizzazioneEd è proprio questa demonizzazione, purtroppo sempre più frequente nel dibattito pubblico europeo, che finisce per alimentare il clima di ostilità verso Israele e, inevitabilmente, verso gli ebrei. Tutto ciò ha un nome: antisemitismo.

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