“Sei ebreo? Sei complice del governo israeliano”. Così l’antisemitismo viene normalizzato

di Paolo Crucianelli - 13 Marzo 2026 alle 12:13

Con l’avvicinarsi del 25 aprile arrivano, puntuali, anche le polemiche. Il Corriere della Sera del 10 marzo ha raccontato quanto accaduto durante la prima riunione del Comitato permanente antifascista milanese incaricato di organizzare le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della Liberazione. Un incontro nato per discutere il programma della manifestazione e che invece si è trasformato nell’ennesimo episodio di tensione riguardo la politica israeliana.

Secondo quanto riportato dall’articolo, durante la riunione l’esponente di Sinistra Italiana Jonathan Chiesa, intervenendo in videocollegamento, ha definito Israele «espressione dell’estrema destra mondiale»; un giudizio politico che, pur non essendo stato esplicitamente rivolto alla comunità ebraica presente, in quel contesto finiva inevitabilmente per coinvolgerla. La frase ha provocato la reazione di Dalia Gubbay, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano, che ha deciso di lasciare la sala in segno di dissenso.

Il Corriere racconta l’episodio con il tono neutro della cronaca, quasi fosse una delle tante “note fuori dal pentagramma” che accompagnano da anni l’organizzazione del 25 aprile. Ma proprio questa metafora musicale, usata nell’articolo, rivela involontariamente il problema: quella frase non è una semplice dissonanza nel dibattito politico. È un cambio di spartito. A nulla serve la precisazione al Corriere dello stesso Chiesa: “Bisogna sempre scindere i popoli dai governi”. La riunione, infatti, non riguardava la geopolitica del Medio Oriente né il giudizio sul governo israeliano. Si stava discutendo dell’organizzazione di una commemorazione della Liberazione, alla quale da decenni partecipa anche la Comunità ebraica in rappresentanza dell’omonima Brigata. Introdurre in quel contesto un giudizio politico su Israele sposta inevitabilmente il piano della discussione e finisce per associare, implicitamente, i cittadini ebrei allo Stato di Israele e alle sue politiche.

Ed è esattamente questo il meccanismo che definisce una delle forme più classiche dell’antisemitismo contemporaneo: attribuire agli ebrei, in quanto tali, la responsabilità delle azioni dello Stato di Israele. Non a caso, nelle più recenti definizioni operative di antisemitismo adottate in ambito europeo, tra gli esempi citati compare proprio questa attribuzione di responsabilità collettiva, come evidenzia il disegno di Legge sull’antisemitismo in via di approvazione parlamentare.

Il paradosso diventa ancora più evidente se si considera la storia della Brigata ebraica. Fu costituita nel 1944 all’interno dell’esercito britannico e combatté sul fronte italiano contro il nazifascismo. I suoi soldati erano volontari ebrei provenienti da diverse comunità della diaspora. Quando quei soldati combatterono per la liberazione dell’Italia, lo Stato di Israele non esisteva ancora. Sarebbe nato solo quattro anni dopo, nel 1948. La Brigata ebraica non rappresenta quindi alcun governo israeliano, ma il contributo degli ebrei alla lotta contro il nazifascismo. Per questo la sua presenza nelle celebrazioni del 25 Aprile non è un elemento estraneo della memoria antifascista: ne è parte integrante, e molti di loro morirono sul nostro suolo.

Associare, seppure indirettamente, la Brigata ebraica al governo israeliano significa dunque compiere un salto logico e storico privo di senso. Ma è proprio ciò che trasforma una critica politica in qualcosa di diverso. Non si discute più delle scelte di un governo: si attribuisce a cittadini ebrei una responsabilità politica che non hanno per mettere sotto accusa gli ebrei che partecipano a una commemorazione della Resistenza. Per questo, l’episodio raccontato dal Corriere non può essere liquidato come una semplice polemica. È un caso quasi da manuale di quella forma di antisemitismo che negli ultimi anni si diffonde sempre più spesso nel dibattito pubblico: un antisemitismo che non usa più con il linguaggio esplicito dell’odio razziale, ma attraverso l’associazione sistematica tra gli ebrei e lo Stato di Israele.

Il problema nasce quando quella critica viene introdotta in contesti che non hanno nulla a che fare con Israele, finendo per colpevolizzare tutti gli ebrei. Quando questo meccanismo non viene riconosciuto – o viene trattato con superficialità – il rischio è che ciò che dovrebbe essere denunciato finisca per essere normalizzato. E la normalizzazione, nella storia dell’antisemitismo, è sempre stata il primo passo.

Il grande archivio di Israele

Abbonamenti de Il Riformista

In partnership esclusiva tra il Riformista e JNS

ABBONATI
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x