Tra Milano e Tel Aviv, con il cuore in guerra. Ma la nostra luce non si spegnerà

di Dalia Gubbay - 16 Marzo 2026 alle 07:53

Sono in tanti. Sono arrivati a Milano per i più svariati motivi, hanno programmato questo viaggio come si decide una vacanza, un incontro di lavoro, una riunione di famiglia. Sono milanesi, israeliani, francesi, belgi, c’è di tutto. Qualcuno invece è partito per Israele, per un matrimonio, per vedere i figli, per un’opportunità da non perdere. E poi era Purim. Bellissimo passarlo in Italia con i parenti, ancora più speciale viverlo nelle strade di Tel Aviv, mascherati, liberi, ricordando un’altra sconfitta di chi ci voleva morti.

La vita tuttavia è piena di imprevisti e lo sappiamo. Niente è realmente nelle nostre mani. E dunque la guerra. All’improvviso, ma non troppo. Evocata ma poi disattesa. Temuta ma necessaria. Immaginata ogni notte e poi scoppiata un sabato mattina. Ognuno, nella sua infinitesimale esistenza, ne paga le conseguenze. Alcune sono decisamente più rilevanti. I giorni di permanenza si dilatano. Arrivano a scuola quasi alla chetichella e si ambientano subito questi deliziosi bimbi dai 18 mesi ai 6 anni. Le mamme e le nonne mi hanno scritto: non sappiamo quanto durerà, potete aiutarci? Riattiviamo subito la procedura del post 7 ottobre. Ospitammo 50 bambini e ragazzi per settimane. Allora l’atmosfera era di totale scoramento, shock, disperazione. Disarmati e smarriti, però non perdemmo tempo né fiato né cuore. Ora siamo più consapevoli, più equipaggiati. Organizzati e parte di un tutt’uno con il nostro Paese, che intanto va su e giù per i rifugi, che non dorme, che celebra nei bunker matrimoni pieni di simcha, la gioia più profonda, dandoci una lezione di vita che ci cambierà per sempre. Che allestisce asili, giochi, sport, musica. Che lo fa con amore. Sono le esatte parole del mio nipote adorato, che in tv, con il sorriso più spontaneo, ha detto: «Israele vuole la pace. Ma se viene attaccato si difende e ogni notte spera che sia l’ultima notte di guerra».
Tra chi è rimasto bloccato qui intanto si registrano le reazioni più varie. Qualcuno è sollevato e parrebbe normale. Ma molti sono disperati, attaccati al telefono tutto il giorno cercano un modo per rientrare. «Mamma, ma tu devi capire: io adesso vivo lì, devo stare con loro». Si sentono inutili. E vigliacchi. Sugli aerei che riescono ad atterrare a Ben Gurion si canta e si piange: questa è casa e se è in guerra non la si abbandona. Chi invece deve rientrare a Milano intraprende i viaggi della speranza e si sente in un film. Invece è oggi, è storia, è reale. Come reale è la battaglia di verità che combattiamo noi dalla diaspora, il nostro forse non sufficiente ma appassionato aiuto alla causa. Che si fa ogni giorno più arduo e spesso desolato e incredulo, ma che non verrà mai meno. L’odio si alimenta e prospera nell’ignoranza e nella malafede, ma nessuno spegnerà la nostra luce. Nessuna censura né violenza impedirà alla nostra bandiera di sventolare per sempre fiera.
E per finire, no: per chi me lo sta chiedendo, non ho un piano B. A Pesach sarà Tel Aviv o nulla. Noi ci crediamo ancora. Siamo pronti. E se non sarà possibile, dovrò consolare i miei figli. Poi, tutti insieme, mangeremo qui il pane azzimo, ricorderemo faraoni, piaghe, deserti, miracoli. Infine, la salvezza.

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