Le tregue sono un assist ai terroristi: Hezbollah non ha mai smesso di armarsi per colpire Israele

di Paolo Crucianelli - 16 Marzo 2026 alle 12:03

Dopo il 7 ottobre, Israele ha maturato una convinzione difficilmente reversibile: la propria sopravvivenza e la possibilità di costruire un futuro di pace non dipendono più solo dalla gestione dei singoli fronti militari, ma dalla neutralizzazione dell’intero sistema strategico costruito dall’Iran negli ultimi quarant’anni. Un sistema composto di milizie, organizzazioni armate e proxy regionali che Teheran utilizza come strumenti di pressione permanente contro Israele. Tra questi, Hezbollah rappresenta di gran lunga il più pericoloso: una forza militare dotata di decine di migliaia di razzi e missili che, nel tempo, si è trasformata in uno Stato nello Stato libanese.

La guerra in corso sta rendendo evidente una lezione già emersa nelle precedenti escalation ma che il 7 ottobre ha reso impossibile ignorare: in questo conflitto permanente, le tregue hanno quasi sempre funzionato come pause operative che Iran e proxy hanno utilizzato per riarmarsi e preparare il successivo scontro. Hezbollah lo ha fatto nel sud del Libano, Hamas a Gaza e lo stesso Iran sul piano strategico, rafforzando il proprio arsenale missilistico, le milizie regionali e il programma nucleare.

L’ultima tregua nel nord, seguita ai mesi di scontri tra Israele e Hezbollah nel 2024 e nel 2025, avrebbe dovuto portare – secondo gli accordi – a una riduzione della presenza militare dell’organizzazione sciita lungo il confine. In realtà è accaduto l’opposto. Hezbollah ha utilizzato la pausa per ricostituire le scorte di armi, riorganizzare le unità combattenti e rafforzare le infrastrutture militari nel sud del Libano, nonostante i tentativi del governo libanese di limitarne l’autonomia. Non è un comportamento nuovo: è il modello operativo che l’organizzazione applica da decenni.

Lo stesso schema si è ripetuto anche sul fronte iraniano. Dopo la guerra dei dodici giorni di giugno, che ha visto lo scontro diretto tra Iran, Stati Uniti e Israele, Teheran ha immediatamente iniziato a ricostruire le capacità perdute, utilizzando la pausa non per una de-escalation ma per preparare la fase successiva del confronto.

È in questo contesto che va letta la decisione di Hezbollah di rompere la tregua. La leadership dell’organizzazione ha presentato la scelta come una decisione obbligata, ma questa narrazione è rivolta soprattutto al pubblico sciita libanese, sempre più stanco di pagare il prezzo delle guerre combattute per conto di Teheran. In realtà Hezbollah non è un attore passivo: è il principale strumento militare dell’Iran nel Levante, incaricato di aprire un secondo fronte contro Israele quando Teheran lo ritiene necessario.

Per Israele questo significa una cosa sola: non è più possibile limitarsi a gestire cicli di escalation e tregue. Ogni volta che il conflitto si interrompe senza una soluzione definitiva, Hezbollah e gli altri proxy iraniani ne approfittano per ricostruire le proprie capacità, come è già accaduto dopo la guerra del 2006 in Libano e dopo le numerose operazioni a Gaza.

Il 7 ottobre ha cambiato radicalmente il calcolo strategico israeliano. L’idea di poter convivere con un sistema di milizie armate sostenute dall’Iran ai propri confini è ormai considerata insostenibile. Per questo la guerra attuale viene vista a Gerusalemme non come un conflitto limitato ma come un’opportunità strategica rara, forse unica, per modificare definitivamente l’equilibrio regionale. Israele continua a contenere Hezbollah nel nord, ma il teatro principale resta quello iraniano: colpire Teheran significa colpire il centro del sistema che alimenta Hezbollah, Hamas e le altre milizie, tutte dipendenti da finanziamenti, armi e direzione strategica iraniana.

Questa prospettiva non riguarda solo Israele. Anche gli Stati Uniti e diversi Paesi del Golfo condividono l’idea che la stabilità regionale passi attraverso il ridimensionamento dell’architettura militare costruita dall’Iran.

Lo stesso principio vale per Gaza: qualunque piano di pace o di ricostruzione resterà lettera morta finché Hamas continuerà a essere un’organizzazione armata. La ricostruzione e la normalizzazione politica saranno possibili solo con la smilitarizzazione del territorio.

Per Israele, la conclusione è ormai chiara: fermarsi a metà strada significherebbe soltanto preparare la prossima guerra, come dimostrano gli ultimi vent’anni. La pace – per Israele e sempre più anche per i suoi partner regionali – potrà nascere solo dal disarmo delle milizie e dalla neutralizzazione del sistema che le alimenta.

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