La crisi nello Stretto di Hormuz inquieta l’Europa: la tentazione di tornare dalla Russia. Il prezzo dell’incoerenza
di Paolo Crucianelli - 20 Marzo 2026 alle 12:07
Ma siamo seri? Davvero in Europa qualcuno sta anche solo pensando di attenuare le sanzioni alla Russia e tornare a comprare gas da Mosca perché la crisi dello Stretto di Hormuz fa salire i prezzi? Perché se questo è il ragionamento, allora conviene dirlo chiaramente: il diritto internazionale vale finché non costa troppo. Negli ultimi anni l’Europa ha costruito – giustamente – una posizione netta contro l’aggressione russa all’Ucraina. Vladimir Putin è stato indicato come responsabile della violazione di ogni principio fondamentale: sovranità, integrità territoriale, divieto dell’uso della forza. E su questa base sono state introdotte sanzioni pesanti, tra cui la scelta strategica di ridurre drasticamente l’acquisto di energia russa. Una linea dura, coerente, costosa ma politicamente e moralmente sostenibile.
Ora però arriva la crisi di Hormuz. L’Iran minaccia il traffico marittimo, le compagnie assicurative alzano i premi, il prezzo del petrolio sale e, con esso, quello del gas e dei carburanti. Ed ecco che improvvisamente riaffiora una tentazione: riaprire, almeno in parte, al gas russo per calmierare i prezzi. Ma allora la domanda diventa inevitabile: cosa stiamo facendo esattamente? Da un lato inviamo armi e aiuti all’Ucraina per permetterle di difendersi da un’aggressione illegittima. Dall’altro pensiamo di finanziare quello stesso aggressore comprandogli il gas? In altre parole, contribuiamo a sostenere chi combatte e, contemporaneamente, chi quella guerra la conduce? Una contraddizione che non è più solo politica, ma logica. E tutto questo per cosa? Per evitare di irritare Teheran? Per non correre il rischio che una fregata europea venga colpita da un drone degli ayatollah? Ma allora bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente: non è il diritto internazionale a guidare le scelte europee, è la paura di dover affermare che la forza può anche essere legittima.
Perché mentre si discute – anche solo sottovoce – di tornare a comprare da Mosca, nessuno sembra voler fare ciò che sarebbe perfettamente coerente con i princìpi proclamati: difendere la libertà di navigazione nello stretto. Minacciare di affondare navi civili in uno stretto internazionale è una violazione del diritto tanto evidente quanto l’invasione di uno Stato sovrano che non costituiva alcuna minaccia. E garantire il passaggio delle petroliere non è un atto di guerra: è il ripristino del tanto evocato diritto internazionale. E invece no. L’Europa esita, prende tempo, invoca prudenza. Non vuole esporsi, non vuole rischiare, non vuole essere trascinata in un’escalation. Tutto comprensibile, sul piano politico. Ma allora bisogna smettere di raccontarsi che si tratta di una scelta coerente con i princìpi.
Perché la realtà è un’altra: lo Stretto non è chiuso da una forza militare irresistibile. Non c’è una Marina iraniana in grado di controllare il mare. C’è una minaccia, certamente non da sottovalutare, ma che diventa efficace perché il mercato assicurativo la trasforma in costo. È una chiusura più economica che militare. E proprio per questo sarebbe possibile contrastarla con una presenza navale di scorta, come è già accaduto in passato con l’operazione Operation Earnest Will durante la guerra tra Iran e Iraq. Allora si scelse il diritto, non le parole. Oggi invece si rischia di scegliere il contrario: non difendere le rotte, ma aggirare il problema tornando a comprare energia da chi il diritto internazionale lo ha violato apertamente e sistematicamente. È questa la contraddizione che dovrebbe inquietare. Non tanto la prudenza, che è legittima, ma la selettività dei princìpi. Perché se il diritto internazionale diventa una variabile dipendente dal costo dell’energia, allora smette di essere un principio e diventa uno strumento.