Lettera a Clancy, vicesindaco di Bologna: la spilletta su Israele coperto dalla bandiera palestinese è una vergogna
di Redazione - 22 Marzo 2026 alle 14:25
di Anna Zanotti
Gentile vicesindaco Clancy,
Le scriviamo questa lettera con riferimento alla recente commemorazione in cui lei ha indossato una spilletta che raffigura l’intero territorio di Israele coperto dalla bandiera palestinese. Questo suo gesto ha comprensibilmente suscitato polemiche, anche perché compiuto nell’esercizio di una funzione pubblica. Lei ha risposto descrivendo come “molto gravi” queste “semplificazioni”, e definendo una “mistificazione preoccupante” l’idea che indossare quella spilla implichi l’auspicio della morte degli israeliani. Il problema, vicesindaco Clancy, è che il simbolo che lei ha indossato significa proprio questo.
È comprensibile come si sia arrivati a questa confusione simbolica. Negli ultimi due anni, infatti, i simboli della Palestina si sono sovrapposti a quelli del pacifismo: la bandiera palestinese è spesso esposta accanto alla bandiera arcobaleno con la scritta “pace”, con l’intento di esprimere un rifiuto della guerra e della sofferenza dei civili. Parallelamente, si è affermata una narrazione semplificata del conflitto, in cui il palestinese “resistente” è rappresentato come un eroe assoluto, mentre gli israeliani vengono descritti come un blocco indistinto e intrinsecamente malvagio. La realtà è però molto diversa. Alcuni simboli oggi divenuti comuni non trasmettono affatto un messaggio neutro di pace. La rappresentazione di una mappa in cui lo Stato di Israele scompare completamente non rappresenta l’idea di due popoli che convivono con pari diritti e sicurezza, ma la negazione dell’esistenza di uno dei due.
Questa ambiguità non è solo simbolica. Lo statuto di Hamas del 1988 definisce l’intero territorio della Palestina storica come un waqf islamico indivisibile e respinge esplicitamente qualsiasi riconoscimento dello Stato di Israele, presentando il conflitto come religioso e destinato a risolversi attraverso la jihad e l’uccisione di tutta la popolazione ebraica in Israele. Il documento politico del 2017 ribadisce lo stesso intento con un linguaggio vagamente più istituzionale. Anche la Carta Nazionale Palestinese dell’OLP del 1968 ha storicamente definito la “liberazione della Palestina” come obiettivo centrale e ha negato il diritto all’esistenza dello Stato di Israele in numerosi articoli. Sebbene nel 1996 il Consiglio Nazionale Palestinese abbia votato l’annullamento delle clausole incompatibili con il processo di pace, la riscrittura definitiva della Carta non è mai stata fatta e l’intento di riscriverla è stato sconfessato nel 2009. Più recentemente, bozze di costituzione di un futuro Stato palestinese ribadiscono il cosiddetto “diritto al ritorno” senza contenere un riconoscimento dello Stato di Israele.
Vicesindaco Clancy, non si faccia illusioni su ciò che implicherebbe la creazione di uno Stato palestinese fondato su principi teocratici ispirati alla sharia, come previsto sia dallo statuto originario di Hamas sia da recenti proposte costituzionali. Ci sarebbe una pulizia etnica di tutta la popolazione ebraica, circa 7 milioni di persone, che costituiscono all’incirca la metà di tutti gi ebrei del mondo, proprio come successo nel 1948 e i primi anni Settanta nei Paesi arabi e musulmani, da cui centinaia di migliaia di ebrei furono espulsi o costretti alla fuga e accolti successivamente da Israele.
Questi elementi storici e politici raramente vengono affrontati nel dibattito pubblico europeo. La comunicazione della sinistra e dei media progressisti è rimasta ambigua, inglobando simboli e rivendicazioni molto diverse all’interno di una narrazione romantica di libertà e resistenza, senza distinguere tra solidarietà umanitaria e adesione politica a posizioni radicali. Chi rappresenta le istituzioni ha però la responsabilità di conoscere il significato dei simboli che utilizza, distinguendo tra empatia per le vittime e sostegno implicito a narrazioni che negano i diritti fondamentali altrui.
Vicesindaco Clancy, noi le auguriamo che il dibattito di questi giorni possa diventare per lei e per il suo partito un’occasione di riflessione collettiva sull’uso consapevole dei simboli, sulla responsabilità di chi rappresenta le istituzioni e sull’importanza di informarsi prima di aderire a narrazioni che, pur apparendo moralmente rassicuranti, rischiano di tradire proprio i valori di pace e convivenza che dichiarano di difendere.