Global Sumud Flotilla 2, la vendetta contro Israele: nuove barche in mare per sfidare il blocco

di Paolo Crucianelli - 27 Marzo 2026 alle 10:37

C’è qualcosa di già visto, quasi rituale, nella nuova iniziativa battezzata Global Sumud Flotilla. Una mobilitazione che si presenta come umanitaria, ma che, osservata senza filtri retorici, appare soprattutto come un’operazione politica e mediatica, costruita per riportare Gaza al centro del dibattito europeo dopo che altri eventi – dalla crisi con l’Iran alle tensioni energetiche globali – ne hanno inevitabilmente ridotto la visibilità. Il progetto è ambizioso, almeno sulla carta. Non più una singola flottiglia, ma una doppia direttrice: da un lato il mare, con ben cento imbarcazioni in partenza da diversi porti del Mediterraneo; dall’altro la terra, con una carovana diretta verso il valico di Rafah attraverso l’Egitto. Una strategia combinata che punta a superare i limiti delle precedenti missioni, tutte regolarmente intercettate o neutralizzate prima di raggiungere Gaza.

In questo quadro si inserisce anche il coinvolgimento di realtà come Open Arms, già attiva in operazioni ad alta esposizione mediatica. La presenza di organizzazioni di questo tipo contribuisce a rafforzare il carattere simbolico dell’iniziativa: non tanto un reale tentativo di consegnare aiuti, quanto la costruzione di immagini e narrazioni destinate all’opinione pubblica occidentale. Non a caso, tra i partecipanti o sostenitori si segnalano figure come Ilaria Salis, Mimmo Lucano e altri esponenti politici e mediatici che da tempo incarnano una precisa linea di attivismo. La loro presenza non aggiunge capacità operativa alla missione, ma ne definisce chiaramente il profilo: una mobilitazione che parla più alle piazze europee che alla realtà sul terreno. Il punto centrale, infatti, è proprio questo: la Global Sumud Flotilla, questa volta chiamataSpring 2026 mission”, non nasce perché manchi l’accesso umanitario a Gaza, ma perché si vuole contestare il modo in cui questo accesso è regolato. È una differenza sostanziale. Gli aiuti entrano, ma per gli organizzatori il problema non è solo la quantità, bensì il controllo, non solo delle merci ma anche delle ONG che vogliono operare a Gaza. Perché, ovviamente, si finge di non capire che i motivi dei controlli sono reali esigenze di sicurezza.

E da qui deriva la scelta di una sfida diretta, tanto spettacolare quanto prevedibile negli esiti che, a ben vedere, sono già scritti. Israele non consentirà l’ingresso via mare di imbarcazioni non autorizzate, come dimostrato in tutte le precedenti missioni. L’Egitto, dal canto suo, mantiene un controllo rigidissimo sul valico di Rafah e difficilmente permetterà a una carovana internazionale di forzare la situazione. Il risultato sarà, con ogni probabilità, lo stesso di sempre: blocco, fermo degli attivisti, rientro forzato. Ed è proprio questo il vero obiettivo dell’operazione. Il fallimento non è un rischio: è parte integrante del piano. Le immagini delle navi fermate, degli attivisti trattenuti, delle tensioni ai valichi sono il prodotto finale che si vuole ottenere. Servono a riattivare una narrazione che negli ultimi mesi aveva perso forza, oscurata da crisi più immediate e dal cessate il fuoco in atto a Gaza. In questo senso, la Global Sumud Flotilla 2 è davvero una “vendetta”: non solo contro Israele, ma contro l’oblio mediatico. Un tentativo di riportare Gaza al centro del racconto, anche a costo di ripetere uno schema già visto e già fallito. Con una differenza: questa volta la dimensione è più grande, più organizzata, più consapevolmente politica.

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