Memoria, discussione e identità: il filo della resilienza della cultura ebraica
di Marco Del Monte - 29 Marzo 2026 alle 10:05
Tra tante vicende negative che affliggono il mondo ebraico in questo momento, si va cercando qualcosa che ci aiuti a capire a cosa è dovuta la coriacea “resilienza ebraica”. Una delle risposte è data dall’autoironia che consente di sopravvivere anche nell’ambiente più ostile, riuscendo a semplificare anche i passaggi più oscuri della fede. Per chi non lo sa, la sacra legge di Mosè (Torah) può essere spiegata anche ai bambini ricorrendo a quello che viene definito il “midrash”, che è costituito da storie più semplici e complete anche di quei particolari che nel testo non compaiono. La forma è narrativa e consente di aggiungere o togliere delle parole o dei passaggi per adattare la narrazione all’ascoltatore. Per esempio, tutta la storia di Adamo ed Eva che non compare nel testo di Mosè, la possiamo trovare nel “midrash”, in cui non si parla di coinvolgimenti religiosi o del timor di D-o e così via.
Per cercare di entrare “in confidenza” con gli ebrei prendiamo alcune storielle, commentando le quali possiamo, volendo, salire molto in alto. La prima si basa sulla “vis polemica” dell’ebreo che discute di tutto, anche con sé stesso, da cui il detto “due ebrei tre opinioni”, che inteso in senso negativo può far credere a insanabili divisioni, mentre in senso ironico ci apre quasi le porte del Talmud, cioè di un testo complicatissimo frutto di aspre discussioni tra rabbini o semplici studiosi. Addirittura i testi talmudici sono due: uno della scuola di Gerusalemme e uno della scuola babilonese, dato che gli ebrei deportati dall’assiro Sancheriv (nel 763 a. C.) e poi dal babilonese Nabuccodonosor II (nel 586 a. Ch.) risiedevano in Babilonia (capitale del regno, in ebraico Bavèl). Per esempio, nella Torah c’è un capitoletto dedicato al ruolo dei “testimoni” (edìm), e questo capitoletto ha dato origine a un intero trattato del Talmud, chiamato appunto “edìm” e così per tutto il testo di Mosè.
Si può dire che ogni ebreo è un potenziale piccolo Talmud, e questo mettersi in discussione in grande si traduce nel senso di appartenenza di ognuno al suo gruppo familiare e in senso lato alla sua tribù, fatto evidenziato da un’altra storia che vede un ebreo che si salva da un naufragio, ritrovandosi da solo su un’isola deserta. Un uomo qualunque per prima cosa si farebbe una capanna per ripararsi, mentre l’ebreo costruisce due sinagoghe. Nel momento in cui viene salvato, gli viene chiesto il motivo di questa stranezza e lui risponde che uno è il “tempio” dove prega abitualmente, mentre l’altro è quello dove non metterà mai piede.
A questo punto ci si chiede come sia stato possibile trasmettere alle generazioni future tutta questa mole di informazioni, storie di vita dei singoli e dei popoli incontrati. L’entità ebraica è venuta a contatto con varie culture, tra cui quella dei Sumeri, che abitavano nella Mesopotamia meridionale (attuale Iraq) già dal 3000 a. C. mentre la figura di Abramo appare nella stessa “sezione geografica”, un po’ più a nord, in Ur Chasdìm (Caldea), soltanto mille anni dopo (circa nel 1800 a. C.). I Sumeri adoperavano la scrittura incidendo su corteccia di legno o pergamena dei segni ad angoli acuti, tanto che la loro scrittura viene detta “cuneiforme”. Abramo (e i suoi discendenti) avrebbe potuto fermarsi lì, invece la scrittura ebraica addolcisce i “cunei” e li trasforma in quadrati nei quali ogni lettera dell’alfabeto è contenuta, cosicché la scrittura ebraica è regolare e facile anche da memorizzare. I Sumeri, però, non avevano l’alfabeto, mentre gli ebrei se ne sono serviti, con una particolarità: l’alfabeto ebraico non ha vocali e i testi sono vergati senza di esse. Questo tipo di scrittura permette dal suono delle parole vocalizzate oralmente di riconoscere anche la punteggiatura. Prendiamo, per esempio, la parola “ghefen”, che vuol dire vigna. Questa parola chiude la benedizione del vino dell’entrata dello Shabbat e lì si pronuncia “gafen”; la “a” sostituisce la “e”, quando c’è una pausa, quindi un punto se la frase finisce, una virgola se c’è un inciso. Sembra un caso banale, invece ci fa capire l’importanza della parola che è come l’uomo di creta che viene animato solo dal “soffio sonoro di D-o”.
Per non dilungare il discorso esaminiamo soltanto le prime due “lettere consonanti” dell’alfabeto, la alef e la bet. La alef (ricordiamo il quadratino) è così composta: si traccia una diagonale che va dal vertice sinistro in alto al vertice destro in basso, mentre il vertice destro alto è occupato dalla jod, che è una specie di virgoletta (che è la decima lettera dell’alfabeto e prima lettera del Nome di D-o), il vertice sinistro in basso è occupato da una “jod” rovesciata che simboleggia l’uomo, fatto a “specchio asimmetrico” di D-o stesso. Tutto ciò simboleggia che a sinistra in basso c’è il creato, ovvero l’uomo, e a destra in alto D-o coi suoi misteri. La seconda lettera dell’alfabeto si chiama bet, si pronuncia “bi” ed occupa tutto il quadrato chiudendo con una linea curva tutto ciò che è vicino alla piccola jod della consonante alef (parte in alto a destra del quadrato); questo sta a significare che all’uomo non è consentito indagare nei pensieri divini. La seconda lettera dell’alfabeto (la bet appunto) è la lettera iniziale della Torah, cioè è la prima lettera della creazione. A tutto ciò ci ha condotti la semplice “osservazione” di due ebrei che discutono tra loro, a testimonianza della vitalità e della resistenza di questo popolo per alcuni aspetti unico al mondo.