Antifascismo antisemita: quando l’odio verso gli ebrei si traveste da progressismo

di Carmen Dal Monte - 30 Marzo 2026 alle 14:07

Voglio cominciare con una domanda. Una domanda che sembra semplice. Come riconosciamo l’antisemitismo?

Sembra facile, vero? Ci sono le croci uncinate sui muri. C’è chi nega la Shoah. C’è chi insulta gli ebrei per strada. Quello è antisemitismo, lo riconosciamo tutti, lo condanniamo tutti.

C’è un’idea diffusa, soprattutto in certi ambienti, che chi si dichiara antifascista, progressista, dalla parte giusta — non possa essere antisemita. È una convinzione molto comoda. Ed è falsa.

L’antisemitismo non abita solo a destra. Non ha bisogno della svastica. Prospera benissimo anche in contesti che si definiscono inclusivi, aperti, antirazzisti. Lì si maschera. Si chiama dialogo, si chiama critica politica, si chiama solidarietà.

Come lo riconosci l’antisemitismo antifascista? Guardi con quali ebrei parlano. Quali ebrei invitano. Quali ebrei ascoltano. Quelli giusti — quelli che si dissociano, che usano le parole giuste, che non creano imbarazzo.

L’ebreo accettabile.

Ecco la cosa che nessuno dice mai abbastanza chiaramente: l’antisemitismo moderno comincia scegliendo quali ebrei sono degni di essere ascoltati. Si presenta come apertura, come dialogo, come progressismo. Ma è antisemitismo.

Cambia il vocabolario, la sostanza resta.

Qualche dato, perché i dati servono — per non poter dire “non sapevamo.”

Secondo il Rapporto annuale del CDEC, nel 2025 in Italia sono stati registrati 963 episodi di antisemitismo. Nel 2022 sono stati 241. In tre anni, quattro volte tanto. Le aggressioni fisiche sono cresciute del 225%. Le discriminazioni sono raddoppiate. L’Emilia-Romagna è quarta in Italia per episodi fisici, dopo Lombardia, Lazio e Toscana.

Ma il dato che più mi colpisce è qualitativo. Il rapporto descrive un restringimento degli spazi sociali in cui essere ebrei viene considerato normale e accettabile. Dalle università ai mezzi pubblici, dagli ospedali agli eventi sportivi.

Indossare una kippà (a Bologna, su un autobus, significa essere aggrediti), avere un cognome riconoscibile, parlare in ebraico può esporre a pericoli, a essere esclusi, in alcuni casi aggrediti. Stiamo parlando di un clima. E i climi, nella storia, li conosciamo bene.

Questo clima ha un epicentro preciso: i luoghi della formazione. Quasi 9 studenti ebrei su 10 hanno cambiato le proprie abitudini dopo il 7 ottobre. Il 78% ha nascosto almeno una volta la propria identità religiosa.

Il legame con Israele, parte centrale dell’identità ebraica per la maggioranza degli ebrei nel mondo, è diventato qualcosa da nascondere nelle aule scolastiche e universitarie italiane. Ci sono studenti che hanno smesso di andare a lezione. Lezioni interrotte da slogan.

E qui a Bologna, nel gennaio 2025, al liceo Copernico, sono state affisse alle vetrate di un’aula foto di Hitler e Mussolini accostate alla bandiera israeliana.

Il terzo episodio simile in pochi mesi. Il collettivo studentesco ha condannato il gesto — e ne ha approfittato per lamentarsi che la scuola “censura le iniziative di solidarietà al popolo palestinese”.

Il 7 ottobre 2025, in piazza del Nettuno — nel cuore di Bologna — viene diffuso un manifesto con la scritta: “Viva il 7 ottobre, viva la resistenza palestinese”. In una piazza italiana, nel secondo anniversario di un pogrom in cui sono stati massacrati 1.200 civili. Mentre dalle finestre del Comune sventolava la bandierina palestinese.

Bologna non è un’eccezione. È un esempio. Come questa città governa il rapporto con le sue comunità ebraiche? Tre episodi. Una traiettoria.

2024: il sindaco Lepore espone la bandiera palestinese dalle finestre di Palazzo d’Accursio. Solo quella. Per mesi. Quando il presidente della Comunità ebraica lo chiama, il sindaco difende la scelta.

Ottobre 2025: l’assessore alla scuola Daniele Ara fa un appello pubblico. Lo cito testualmente, perché le parole precise contano: “La comunità ebraica di Bologna, molto importante per la città e non solo, con la quale lavoriamo sul dialogo religioso, potrebbe e dovrebbe dire almeno una parola sul governo Netanyahu, perché ciò che sta succedendo a Gaza non è veramente più accettabile.” Traduco. L’assessore alla scuola della nostra città, quello con cui “lavoriamo sul dialogo religioso”, ci dice: siete importanti, lavoriamo insieme — ma per continuare a farlo, dovete prima dissociarvi da un governo straniero.

Condizionare il dialogo con una comunità religiosa alla sua presa di posizione su un governo straniero ha un nome: discriminazione. Nel caso specifico, discriminazione antisemita. Perché si chiede solo a noi. Perché si presuppone che noi ebrei siamo collettivamente responsabili delle scelte di Israele.

Perché la nostra accettabilità come interlocutori dipende dalla nostra disponibilità a dissociarci. Ed è anticostituzionale. L’articolo 19 della Costituzione garantisce a tutti i cittadini il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa. L’articolo 3 garantisce l’uguaglianza senza distinzione di religione. Nessun’altra comunità religiosa di questa città — i cattolici, i musulmani, nessuno — viene interpellata con richieste di dissociazione politica come condizione per sedersi a un tavolo istituzionale. Solo agli ebrei. Solo a noi.

Marzo 2026, tre giorni fa: la vicesindaca Emily Clancy viene ripresa in pubblico con una spilla sul bavero. Una spilla che raffigura la Palestina su una mappa che include tutto il territorio israeliano. È la cartina di un mondo in cui Israele è cancellato. “From the river to the sea” portato sul bavero da una rappresentante istituzionale della nostra città. Una spilla che rende manifesta una intenzione sterminazionista. Una traiettoria. Un’escalation. Ogni anno un passo in più.

Torno alla domanda di prima. Chi è l’ebreo accettabile per le istituzioni a Bologna? Quello che sa stare al suo posto, che non alza la voce. Anzi, quello che dice pure le cose giuste. Gad Lerner, Anna Foa. Tanto per non fare nomi. Quello che si dissocia da Netanyahu su richiesta dell’assessore alla scuola. Che tace sulla spilla della vicesindaca.

Allora può stare in un’aula universitaria o in un consiglio comunale senza che qualcuno urli “fuori i sionisti“. L’ebreo che rivendica la complessità, invece, è un problema. Quello che dice: posso essere critico delle politiche israeliane senza farlo su richiesta e su commissione. Quello che dice: la mia identità è mia. La mia partecipazione al dialogo non ha un prezzo da pagare. È garantita dalla Costituzione.

Questa selezione ha radici antiche. In forme diverse, in epoche diverse, agli ebrei è sempre stato chiesto di guadagnarsi l’accettazione conformandosi. Di essere meno ebrei. O ebrei nel modo giusto. Quello che è nuovo oggi è che questa richiesta arriva con il linguaggio dei diritti, della pace, del dialogo interreligioso.

Quel linguaggio che a Monte Sole scandisce i nomi (falsi) dei bambini palestinesi ma si guarda bene dallo scandire quello dei bambini ucraini – che pure doveva riportare a casa. Nel giugno 2025, il Senato Accademico dell’Università di Bologna ha approvato con ampia maggioranza una mozione su Gaza che si definisce — cito testualmente — “spazio critico e decoloniale, esplicitamente e attivamente schierato contro ogni forma di oppressione”. Hamas è assente dal testo. Il 7 ottobre è assente dal testo. Ma c’è qualcosa di ancora più rivelatore dell’assenza di Hamas: l’Università di Bologna non ha mai approvato una mozione sul Tibet. Non ha mai approvato una mozione Sul genocidio dei Rohingya. Non ha mai approvato una mozione Sulle proteste iraniane affogate nel sangue. Non ha mai approvato una mozione sui diritti delle donne nei Paesi dove vige la sharia. Su nessuno di questi conflitti l’Alma Mater ha sentito il bisogno di definirsi “decoloniale” o “schierata”. Solo su Israele. Solo sugli ebrei.

La definizione internazionale di antisemitismo dell’IHRA lo dice con chiarezza: applicare a Israele criteri che non si applicano a nessun altro Stato è antisemitismo. L’Università di Bologna, con quella mozione, ha fatto esattamente questo. E lo ha fatto sulla base di affermazioni che non reggono al vaglio del diritto internazionale — a partire dall’uso del termine “genocidio“, che ha una definizione giuridica precisa e che la stessa Corte Internazionale di Giustizia, citata nella mozione, non ha mai applicato a Israele in sede di condanna.

C’è un dettaglio storico che non posso ignorare. L’Università di Bologna è stato l’unico ateneo italiano ad avere, durante il Ventennio, un rettore dichiaratamente nazista: Goffredo Coppola, fucilato a Dongo con Mussolini. Lo cito per ricordare una cosa semplice: quando le università smettono di pensare e cominciano a schierarsi, diventano luoghi pericolosi.

Vengo alle proposte. Concrete. Prima: un assessore comunale che condiziona pubblicamente il dialogo istituzionale con una comunità religiosa alla sua dissociazione politica viola la Costituzione. Io chiedo al Consiglio Comunale di Bologna di votare una delibera che riaffermi il principio costituzionale di uguaglianza tra le comunità religiose nei rapporti con le istituzioni cittadine. E chiedo le dimissioni dell’assessore Ara.

Seconda: le scuole di Bologna devono poter contare su protocolli chiari per riconoscere e gestire episodi come quello del Copernico. Il Ministero dell’Istruzione ha già prodotto linee guida per il contrasto all’antisemitismo. Vengono applicate raramente. Chiedo che diventino prassi ordinaria, con formazione reale per i docenti — sul nazismo storico, certo, ma soprattutto sull’antisemitismo contemporaneo, quello che arriva con il vocabolario del progressismo.

Terza: il dialogo tra le comunità ebraiche, le scuole e l’Università di questa città deve avvenire tutto l’anno, in condizioni di parità con tutte le altre comunità religiose, senza prerequisiti politici. Chiediamo uguaglianza. Quella garantita dall’articolo 3 della Costituzione.

L’antisemitismo comincia scegliendo con quale ebreo parlare. Comincia quando un assessore alla scuola ti dice che per continuare il dialogo devi prima dissociarti. Comincia quando una vicesindaca porta sul bavero la cancellazione di uno Stato. Comincia quando un’università si definisce “decoloniale” e non condanna nessuno a parte gli ebrei. Eravamo abituati a un mondo in cui i buoni erano da una parte e i cattivi dall’altra. Questo mondo non c’è più. Forse non c’è mai stato.

Questa consapevolezza ci obbliga a coltivare la più ebraica delle virtù: il dubbio. Interrogarci sempre su tutto, chiederci perché qualcuno dice di essere nostro amico o dice di non esserlo; chiederci quanto ciò corrisponda ai suoi comportamenti e ai nostri; chiederci se quello che ci viene chiesto è di rinunciare a essere ebrei o di esserlo di più. E ci obbliga a vivere con le conseguenze delle nostre risposte, o almeno a tentare di farlo, con coerenza, anche se ci rende la vita più complicata. Cioè in ultima analisi, più ebraica che mai.

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