E se Pizzaballa fosse stato graffiato da un missile iraniano? Israele protegge i luoghi di culto
di Marco Del Monte - 1 Aprile 2026 alle 10:51
Domenica delle Palme, che precede la domenica di Pasqua, è per la cristianità una data importante. Siccome si parla di Palme, evidentemente era Succòt, una delle tre ricorrenze annuali, dette shalosh regalìm, Pesach (Pasqua), Shavuòt (consegna delle Tavole della legge a Mosè), Succòt (Capanne o festa delle “palme”). Con le foglie di palma si copre il tetto delle capanne e con una foglia si fa il “lulav”, cioè un mazzetto che comprende altre tre specie di piante: il salice, la mortella e il cedro. Nella liturgia cristiana, quindi, si vengono a sovrapporre due tra le più importanti festività dell’anno ebraico. Anche Re Davìd, prima di essere nominato Re, si recò a Gerusalemme a cavallo di un’asina bianca, e quando Gesù fu crocifisso sulla sua croce venne affisso un cartello con su scritto I.N.R.I., acronimo del latino Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum; i romani lo fecero per sfregio, invece per la cristianità rappresenta una continuità, perché il Messia viene dalla tribù di Giuda, cui apparteneva il Re Davìd.
Quest’anno, purtroppo, c’è una guerra senza quartiere tra Israele e l’Iran, che colpisce i civili israeliani e i luoghi di culto senza alcuna remora, con missili che, messi in piedi, raggiungono l’altezza di un palazzo e che quando vengono intercettati si dividono in frammenti del peso anche di 400 chili. Per di più, per rendere più allegra la festa, gli iraniani hanno cominciato ad armare questi missili con testate contenenti bombe a grappolo che si frammentano in minibombe da 80-100 kg l’una. Israele, perciò, ha vietato l’ingresso a tutti quei luoghi, anche sacri, sprovvisti di rifugio.
Domenica il Patriarca latino di Gerusalemme, Cardinale Pizzaballa, voleva andare alla Chiesa del Santo Sepolcro a recitare la messa della Domenica delle Palme, ma si è trovato davanti un posto di blocco, notoriamente presidiato da sottufficiali di polizia che obbediscono a ordini superiori. Probabilmente il Cardinale ha pensato che in quel posto di blocco vi fosse Netanyahu, che invece aveva altro da fare; non trovandolo ha protestato con il maresciallo di servizio, che ha avvertito il suo tenente, che ha avvertito il colonnello e di grado in grado la notizia è arrivata al premier. Purtroppo era sera inoltrata e, quindi, tutti hanno pensato che gli ebrei volessero iniziare la settimana santa con un atto di arroganza e prevaricazione.
Il Cardinale in un’intervista successiva ha un po’ addolcito le rimostranze, e si hanno buoni motivi per credere che sia stato “consigliato” dal suo superiore che in genere veste di bianco; in effetti, Papa Leone la mattina di domenica, nel parlare delle guerre in corso, ha lasciato intendere che le guerre impediscono a volte anche di recarsi nei luoghi santi per pregare. Perciò si doveva usare più diplomazia. Infatti la situazione si è sbloccata, con buona pace di tutti.
I giornali di lunedì all’unisono stigmatizzano il comportamento del povero maresciallo, mentre nessuno pensa minimamente a che cosa sarebbe successo se un frammento di missile fosse caduto vicino al porporato provocandogli qualche graffio. Sarebbe stato, invece, molto simpatico se qualcuno avesse pensato che nel Corano non è mai nominata Al Quds (ovvero Gerusalemme), mentre dovrebbe esserci qualche “sura” o commento che “maledice” il musulmano che colpisce la Città Santa, se non altro per poter indirizzare correttamente l’anatema; infatti doveva essere ripreso l’Iran che, invece, continua nella sua opera di aggressione anche ai luoghi sacri.
Poi c’è chi scrive che l’Iran da solo (poverino) sta tenendo testa ai due eserciti più potenti del mondo. Anche qui c’è una piccola inesattezza, perché l’Iran non è affatto solo, visto che dispone di proxy agguerriti e obbedienti come Hezbollah e Houthi; e poi i suoi missili e i suoi droni sono guidati dalla santa madre Russia, perché non si può credere che gli iraniani siano così bravi e fortunati da colpire con un colpo solo un aereo radar su una pista a 2.000 km di distanza in Arabia Saudita, né che riescano a sapere quando l’ammiraglio comandante della “Lincoln” esce dal bagno. Stando così le cose, è difficile intravedere la fine di questa guerra, anche perché negli Stati Uniti tra qualche ora si entra in campagna elettorale e il presidente Trump avrà alte gatte da pelare. Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che le democrazie non potranno mai vincere contro le dittature che godono di ottima salute, anche perché i vari zar, sultani o ayatollah non devono andare a riferire in Parlamento tutti i giorni.