La pena di morte è un autogol: così aumenterà la fabbrica del martirio dei terroristi

di Marco Del Monte - 2 Aprile 2026 alle 10:43

Gli ebrei nella loro storia millenaria hanno fatto i conti con innumerevoli guerre. Senza andare a ritroso fino alla Creazione, possiamo ricordare le più salienti a cominciare dall’uscita dall’Egitto ai tempi di Mosè, della quale – tra l’altro – in questi giorni si celebra il ricordo, con le cerimonie di Pesach (la Pasqua ebraica). Siamo intorno al 1200 a.C., circa quattromila anni fa. Subito dopo l’entrata di Israele nella terra di Canaan cominciano le guerre di conquista iniziate dal successore di Mosè, Giosuè, in un’epopea che dura all’incirca 300 anni, con modalità replicate nella conquista dei territori dei pellerossa americani da parte degli immigrati dall’Europa, che fonderanno gli Stati Uniti d’America alla fine del 1700 (Dichiarazione di Indipendenza 4 luglio 1776).

Gli ebrei hanno incontrato popoli e genti di ogni natura ed etnia, e sempre si sono integrati fino alla completa assimilazione, come successe in Persia ai tempi della regina Ester (tra il 486 e il 465 a.C.). Proprio con questa storia, ricordata nella festa di Purìm (sorti), si può introdurre il concetto della pena di morte. La storia, in sintesi, racconta di un primo ministro, Aman, che induce Assuero a condannare a morte tutti gli ebrei del regno che, a suo dire, si rifiutavano di omaggiare il re. Nell’Impero persiano, così come in quello romano, la pena di morte era ammessa e la scelta della modalità di “applicazione” dava la dimensione della civiltà del popolo interessato. Presso i romani, per esempio, c’era una gradualità determinata sostanzialmente da due parametri: se il condannato era o no civis romanus e quale delitto era da punire. Il massimo della pena era la crocifissione (non applicabile ai cives romani) che provocava nel malcapitato sofferenze indicibili, mentre la minima era la decapitazione con spadone o mannaia, eseguita da un addetto esperto e allenato, in modo da alleviare le sofferenze dell’interessato. Il popolo ebraico, come si apprende dalla legge mosaica, arrivava a comminare questa pena soltanto per reati contro la divinità, come è scritto nell’episodio del blasfemo o in quello della “figlia del Coen (sacerdote)” che profana D. attraverso l’offesa al nome di suo padre. In tutti gli altri casi era il consiglio degli anziani a decidere, evitando così la vendetta personale. Il più delle volte la pena di morte non veniva comminata. Nel corso dei secoli, poi, venne eliminata del tutto, perché un “popolo di sacerdoti” non può scendere al livello di un assassino, né può togliere ciò che D. ha dato.

Della vita e della morte di un individuo può decidere solo la Divinità, essendo considerata la giustizia umana sottoposta a sua volta al giudizio divino. Il massimo della pena veniva considerato il “karet”, che è traducibile come la “morte dell’anima”, che si concretizzava nell’allontanamento del trasgressore dalla comunità. Relativamente alla legge approvata (in prima lettura) in Israele in questi giorni, questa pena verrebbe applicata solo per fatti di terrorismo, quindi bisogna esaminare il motivo vero perché si è arrivati a tanto. Partiamo dal 7 ottobre 2023, cioè dall’attacco di Hamas che ha provocato la morte immediata di oltre 1.000 persone, il rapimento di 250 ostaggi, di cui è morta più della metà, e ha inflitto infinite sofferenze ad altre numerose vittime. Questo evento è stato progettato e realizzato da Yahya Sinwar, detenuto che fu liberato per ottenere il rilascio dell’unico ostaggio, il caporale Shalit, rapito quattro anni prima.

Per Israele, il valore della vita è sacro, e l’alto numero di prigionieri rilasciati in cambio lo dimostra. I musulmani lo sanno e, quindi, usano l’arma del ricatto, sicuri di ottenere indietro uomini che una volta liberi riprenderanno di sicuro l’attività interrotta. Questo è un motivo serio da considerare: niente prigionieri, niente ricatti. L’altro lato della medaglia è la differenza che c’è tra le due visioni della morte. Per i musulmani, infatti, quello che noi chiamiamo terrorista è uno “shaid”, cioè un martire che continuerà a vivere in eterno. Da questo punto di vista, l’applicazione della pena di morte non è affatto un deterrente, ma diventa anzi motivo di orgoglio e di vanto sia per il martire che per i suoi familiari. Verrebbe incrementata così la fabbrica del martirio, e questo non è certo auspicabile.

Inoltre Israele, che ha perso troppi punti nella considerazione internazionale, in questo momento non ha proprio bisogno di incrementare il “gioco a perdere” e non si può ammettere, infine, che dopo aver conquistato di nuovo la dignità di popolo civile, la si perda per far piacere ai nostri “messianici”, che invece hanno già brindato. Per fortuna c’è ancora la Corte Suprema.

Il grande archivio di Israele

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