Napoli, Jorit omaggia Albanese con un murale a Barra. Lo farà anche per Kfir Bibas?

di Clelia Castellano - 12 Aprile 2026 alle 11:49

Un artista, soprattutto un artista di strada, è grande quando cavalca il messaggio della storia nel suo dipanarsi, anche controcorrente. Così Jorit, il cui genio immortala Dostojevsky sulle mura di una scuola napoletana proprio nel marzo del 2022, quando l’università di Milano-Bicocca sospende un ciclo di lezioni su questo straordinario autore come forma di dissenso rispetto al conflitto in Ucraina. Oltre al merito di aver ricordato ai ragazzi di un istituto tecnico il nome di un grandissimo morto nel 1849, nonché a qualche esponente istituzionale della cultura accademica che la Letteratura con la maiuscola buca secoli, censure e barriere mentali, Jorit può vantarsi di aver strappato a uno franco di coccole come Putin una frase sulla speranza.

Mentre l’Occidente sposa l’armocromia della bandiera ucraina, Jorit sceglie lo spray scuro di grigi, marroni e toni obliqui senza tempo, oltre l’istante, per raccontare un pezzetto di Russia non minore. Per raccontare la grande bellezza. La bellezza che è negli occhi di chi guarda, come si suol dire, e che nelle ultime ore pare essere stata scorta sul volto di Francesca Albanese. Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace, e sicuramente a questa dama non manca un certo non so che; non è l’allure, non è l’eleganza di togliere piuttosto che aggiungere accessori – coi suoi orecchini Coco Chanel ci avrebbe fatto le altalene per il parco giochi; non è la grazia di Audrey Hepburn, anche perché alla luna newyorkese di Moon River preferisce la mezzaluna fertile; sicuramente non è neppure il fascino burroso di Marilyn, perché in tutta evidenza a Trump non piace affatto come gli canta l’“Happy birthday Mr President”. Insomma, se non è la classica diva, cosa la rende una musa? Mi interrogo sui frammenti di interiorità che Jorit ha potuto trovare incantevoli al punto da volerla immortalare, ma non è la passione operaia e filosofica di Simone Weil, bella di una bellezza che trascende lo sguardo, e fatico a trovare in lei l’abnegazione della Montessori e l’acume della Serao… Eppure questa signora ha un quid significativo, visto che per mesi i sindaci hanno fatto a gara per donarle le chiavi delle loro città, i giovani sono stati a sentirla, i talk show se la sono litigata…

Ma si! Dev’essere la favella, la capacità di condurre il discorso… Solo che non mi trovo tanto con le sue ricostruzioni a senso unico, e a parte Palestina Libera e qualche concetto evoluto in un intorno sinistro (non sia destro, per carità) a qualche millimetro da quel nodo concettuale di base, tipo “Israele stato criminale”, tutto questo logos fatico a trovarlo. Ma certo! Non è bellezza, saggezza, eloquio, etica: è la visibilità! La parola chiave è visibilità: non è bello solo ciò che è bello, è bello ciò che piace. E ciò che piace oggi, agli artisti che disdegnano Sotheby’s per rivolgersi alla galleria dei popoli, è la visibilità. Francesca c’è: ovunque, comunque, quantunque – una versione pop decadente a metà fra Prodi in bicicletta in campagna elettorale (che invece era delizioso) e il Grinch (solo che invece del Natale vuole rovinare Sukkhot). E potrei anche accettare di buon grado che un grande come Jorit faccia il ritratto a una che le retrovie di Al Jazeera hanno reso più famosa di tanti capi di stato occidentali, benché mi rammarichi sapere che in un quartiere come Barra, nel quale i lavori da fare sarebbero tanti, per rendere quei luoghi accoglienti per l’infanzia, gli abitanti dal gran cuore si siano tassati per fare il ritratto a una cui i finanziatori non mancano – se i capitali arabi avessero commissionato il ritratto, gli abitanti di Barra avrebbero potuto conservare quei soldi per i propri figli. Ma il cuore dei napoletani è grande ed è tutto nella frase di Enzo Avitabile, che l’artista ha voluto inserire nell’opera: perché i napoletani sono generosi e si immedesimano nelle sofferenze dei piccoli figli di Gaza, vittime di Hamas e di una guerra dolorosa e ingiusta, come ogni guerra. Perciò il murale di Albanese mi pare persino una buona idea, e i suoi occhiali mi fanno pensare a quelli che sovrastavano la città all’inizio del Grande Gatsby: due lenti che scrutano l’area circostante e i passanti, e vale a Barra ciò che valeva nel Mid West per Francis Scott Fitzgerald, che a poche righe da quelle lenti scrive che sospendere il giudizio è fonte di speranza infinita, di possibilità, e nell’incipit ricorda un frase del padre del protagonista: «Ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

A questo proposito, mi sono resa conto della reazione urticante inflitta all’amor proprio di ricercatori precari, talpe d’archivio e di laboratorio e vittime dell’Anvur, da una piccola, apparentemente innocua parola: “studiosa”.  Studiosa, ecco cosa fatico ad accettare: viva l’arte controcorrente e contro censura, viva il padiglione russo e quello israeliano alla Biennale, viva la grande bellezza a Barra sotto forma di Francesca Albanese, viva un mondo nel quale Albanese piace più di Sofia Loren, ci sto, anche se un po’ stretta… Ma alla parola “studiosa” mi sento Jep Gambardella che reagisce a “donna con le palle”! In ordine sparso: quanto hai sudato per superare concorsi complicati con minuziosità bizantina? Quanti libri hai letto (ad esempio testi meravigliosi della letteratura ebraica e anche di Said, intellettuale palestinese che avrebbe preso distanze nette dal 7 ottobre, invece di riscriverlo come hanno fatto i suoi cattivi allievi)? E se li hai letti, quando trovi il tempo di dormire, visto che sei sempre in onda o in viaggio? E se ami leggere, se ami la civiltà, come puoi restare impassibile dinanzi alle sofferenze anche della parte ebraica, e tacere dinanzi all’antisemitismo e alle violenze ad esso correlate o peggio comprenderle e appoggiarle (“che vi sia di monito!”, dichiarazione dopo l’assalto alla sede de La Stampa)? Lo sai cos’è Bereshit La Shalom? Si tratta di un esperimento di teatro della pace, che va avanti da decenni, per la buona volontà di un’ebrea italiana del Kibbutz Sasa, Angelica Calò, che ogni giorno dimostra amore e pace lavorando e vivendo fianco a fianco con quella popolazione araba che i tuoi discorsi collocano a priori dentro uno scontro di civiltà che dichiarazioni superficiali e slogan esasperano pericolosamente!

Tutt’ egual song’ e’criature! Angelica è d’accordo, tutti gli esseri umani degni di questo nome non possono che essere d’accordo. Pure il mio cuore sta lì, e sono certa che Avitabile includerebbe senza battere ciglio in quell’accomunarsi di sofferenza e d’amore anche il piccolo Kfir. Jorit, se hai tempo, sarebbe bello anche un murale dei Bibas…

Il grande archivio di Israele

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