Il dibattito
Il piano di Pahlavi non salverà l’Iran. Le priorità? Riconoscere lo Stato di Israele e guidare una transizione democratica
di Andrea B. Nardi - 12 Aprile 2026 alle 11:51
Reza Pahlavi non è l’uomo giusto per l’Iran. Passare da una dittatura teocratica a una dittatura laica non è un gran miglioramento, ed esiste il rischio che questa sia l’intenzione del figlio omonimo dello Scià di Persia. I Pahlavi assursero al potere nel 1921 con un colpo di Stato compiuto da Reza Khan, denominatosi successivamente Pahlavi, contro il sovrano Ahmad Qajar. Nei decenni seguenti Mohammad Reza Pahlavi, figlio di Reza Khan e padre dell’attuale Reza, picconò sistematicamente i pilastri della monarchia costituzionale voluta dal padre, fino a distruggerla del tutto a seguito del nuovo colpo di Stato con cui prese il potere assoluto nel 1953. Da quel momento, fino al 1979, il padre dell’attuale Reza Pahlavi instaurò un regime autoritario e crudele in cui furono aboliti tutti i diritti e i princìpi democratici, e ancora oggi il nome della Savak – la micidiale polizia segreta imperiale – fa tremare gli anziani iraniani. I giovani iraniani, invece, specie quelli che vivono all’estero, quando sventolano la bandiera della Persia monarchica inneggiando a Reza Pahlavi, non hanno la più pallida idea degli orrori commessi da suo padre.
Che ciò non sia un semplice pregiudizio lo dimostra il piano di governo presentato da Reza Pahlavi per il futuro del Paese nel luglio 2025, denominato Progetto di Prosperità per l’Iran, opuscolo sulla fase di emergenza. Si tratta di un documento che nasconde un piano autoritario dietro la maschera di un cambiamento democratico, come denunciato da più parti, tra cui Wesley Martin, colonnello in pensione ed ex ufficiale antiterrorismo delle Forze della Coalizione in Iraq. Pahlavi parte già male presentandosi anacronisticamente e falsamente come “principe ereditario” (il padre ha abdicato, quindi gli eredi non possono fregiarsi di questo titolo), salvo poi autoproclamarsi “leader della rivolta nazionale”; in tale progetto il figlio dello Scià predispone un ordinamento giuridico di transizione dopo il cambio di regime in cui a lui stesso spetterebbero la nomina di un Consiglio della Rivolta Nazionale con esponenti di sua scelta, la presidenza e il controllo di tutti i tre rami del governo, e l’autorità per emanare leggi temporanee. Non esattamente un avvio democratico. Dopo questa fase “transitoria”, nulla vieterebbe a Pahlavi di autoproclamarsi Scià e ripristinare un regime tirannico. Non per niente al momento né Washington, né Gerusalemme, né alcuna altra capitale, araba e no, ha prestato ascolto ai proclami di Pahlavi.
Di ben altro avrebbe bisogno l’Iran, e lo si potrebbe capire, per esempio, ristudiando le mosse del Generale de Gaulle nel ’44. Un primo importante passo per dare la spallata politica all’odierna dittatura iraniana sarebbe l’identificazione, da parte americana, dei più autorevoli movimenti politici persiani dissidenti, molti dei quali in esilio, come il National Council of Resistance, e di minoranze etniche; l’istituzione e la convocazione permanente di un Governo Persiano di Liberazione Nazionale cui parteciperebbero gli esponenti politici dissidenti; l’individuazione di una capitale del Medio Oriente – come Riyad, ma molto meglio Gerusalemme – in cui stabilire la sede provvisoria di tale governo; infine, la partecipazione di questo governo ai colloqui negoziali come uditore. Il primo compito del Governo di Liberazione Nazionale dovrebbe essere la proclamazione di una nuova autorità nazionale unica depositaria politica, diplomatica e negoziale per conto della neonata Repubblica di Persia. Assieme a un preciso documento di intenti post-bellici, ispirato a solidi e non ambigui princìpi democratici repubblicani, compresa la futura nomina di un comitato di Padri costituenti, ci sarebbe una dichiarazione da fare in primis, che minerebbe alle fondamenta il regime degli ayatollah: il riconoscimento ufficiale dello Stato di Israele. Quindi occorre una dichiarazione di illegalità e scioglimento dei Guardiani della Rivoluzione, e il divieto per i religiosi di assunzione di cariche pubbliche, istituzionali, amministrative, governative e politiche.
Sarebbe poco più che una presenza politica virtuale e simbolica, ma solo così la popolazione iraniana avrebbe un faro politico alternativo cui rivolgere speranze e auspici al di là del presente regime e in attesa della sua caduta. Senza di esso, per 90 milioni di iraniani all’orizzonte non ci sarebbe altro che la tirannia teocratica guerrafondaia che, pur sconfitta militarmente, resterebbe viepiù feroce e agguerrita contro gli stessi civili iraniani.