“Contro l’Iran una guerra illegale”. La sinistra crede ancora nelle risoluzioni Onu: quanta ipocrisia
di Paolo Crucianelli - 15 Aprile 2026 alle 08:21
Elly Schlein, tra gli altri, dice – anzi, urla – che “la guerra con l’Iran è illegale”. Si arriva così al paradosso: la risposta militare dell’Iran viene considerata, di fatto, come “legale”. È una conseguenza logica implicita, anche se raramente detta apertamente. Secondo questa narrazione, dunque, uno Stato canaglia — sponsor del terrorismo in Medio Oriente e non solo, finanziatore di Hezbollah, Hamas e Houthi, fornitore di droni alla Russia utilizzati contro l’Ucraina, impegnato nella ricerca dell’arma nucleare e protagonista di una strategia sistematica di destabilizzazione regionale — starebbe conducendo una “guerra legale”. Uno Stato che opera la chiusura dello Stretto di Hormuz alla navigazione civile, che lancia missili e droni contro Paesi limitrofi e che colpisce deliberatamente obiettivi civili con testate a grappolo, verrebbe cioè collocato, attraverso una semplice operazione linguistica, nel perimetro della “legalità”.
Questo esercizio dialettico cos’è, se non un trucco semantico per rovesciare la frittata? È, più precisamente, un uso scientifico del linguaggio volto a massimizzare l’effetto mediatico. “Guerra” e “illegale” sono due parole forti, ad alto contenuto simbolico: messe insieme costituiscono un’espressione estremamente efficace, capace di attirare l’attenzione e orientare l’opinione pubblica ancora prima che questa si interroghi sui fatti. Ma un’analisi più attenta ne evidenzia i limiti e le distorsioni, perché definire una guerra in base alla sua “legalità” ha poco senso se non si considera chi la combatte, contro chi e per quale scopo. La legalità, in questo contesto, diventa un’etichetta, non un criterio sostanziale di giudizio.
Per Israele questa è, prima di tutto, una guerra di sopravvivenza. La Repubblica Islamica ha superato da tempo ogni limite accettabile, e non è la prima volta che lo fa. Se Israele vuole garantirsi un futuro di pace, è necessario che l’Iran cessi di rappresentare una minaccia permanente. Per gli Stati Uniti, aiutare Israele non è solo un dovere politico, morale e strategico, ma anche un tassello coerente di una visione geopolitica più ampia: un Medio Oriente stabile, in pace e sicuro. Ed è difficile sostenere che questo obiettivo non coincida con l’interesse generale dell’Occidente.
Sono queste le considerazioni che dovrebbero essere prese in esame, non la sterile distinzione tra guerra “legale” o “illegale”. Perché, in fondo, anche ammettendo per ipotesi che questa guerra fosse dichiarata “legale”, cosa cambierebbe davvero? Se, per un momento, immaginiamo l’Onu capace di risvegliarsi dal proprio torpore, in grado di scrollarsi di dosso una certa tendenza anti-occidentale, e se ipotizziamo che Cina e Russia rinunciassero al veto, arrivando quindi a una risoluzione che autorizzasse, ad esempio, la Nato a rendere inoffensivo l’Iran, cosa cambierebbe? Nulla, se non la parola utilizzata per descrivere ciò che accade. La stessa guerra, gli stessi attori, le stesse conseguenze. Cambierebbe soltanto la cornice linguistica: da “illegale” a “legale”. Ed è proprio qui che si svela il punto centrale: non siamo di fronte a una valutazione giuridica, ma a una costruzione semantica. E descrivere non è mai neutrale, soprattutto quando serve a orientare il giudizio prima ancora dei fatti.