Il governo Meloni non sia amico di Israele a giorni alterni: il sostegno agli ebrei non è “condizionale”
di Luigi Yitzhak Diamanti - 16 Aprile 2026 alle 08:17
C’è un momento in cui le parole non bastano più. Quel momento è adesso. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha dichiarato più volte vicinanza a Israele. Bene. Ma la politica non si misura sulle dichiarazioni: si misura sulle scelte. E oggi il problema è evidente: non si può essere amici a giorni alterni. In Medio Oriente e nella storia del popolo ebraico, l’ambiguità non è neutralità. È percepita come debolezza. Quando un Paese europeo manda segnali contrastanti, prende tempo, calibra il sostegno in base alla convenienza, sta dicendo una cosa sola: il sostegno a Israele è negoziabile. E questo è un messaggio pericoloso.
Il prezzo lo pagano anche gli ebrei europei. Non è teoria. È realtà. Ogni volta che Israele viene isolato o anche solo “raffreddato” diplomaticamente cresce la legittimazione dell’ostilità, si rafforzano le narrative anti-israeliane, si crea un clima più ostile per gli ebrei in Europa. Chi pensa che Israele e gli ebrei della diaspora siano due questioni separate non ha capito nulla della storia. La sicurezza e la dignità ebraica si fondano sulla chiarezza, sulla forza e sulla coerenza. Non sulla simpatia occasionale. Non sui comunicati. Non sugli equilibri diplomatici.
Israele non è un’opzione. Israele non è un alleato tra tanti. È l’unico Stato ebraico al mondo. E nel momento in cui viene messo in discussione anche solo indirettamente, non è una questione di politica estera. È una questione di civiltà. L’Italia deve scegliere. Non tra destra e sinistra. Non tra Europa e Medio Oriente. Ma tra chiarezza o ambiguità, coerenza o opportunismo. Perché nella storia, ogni volta che il sostegno agli ebrei è diventato “condizionale”, il risultato è stato sempre lo stesso. E non abbiamo bisogno di un altro capitolo di quella storia.