Di Battista vuole mostrificare Israele, ma sui social fa delle figuracce
di Paolo Crucianelli - 21 Aprile 2026 alle 08:15
Nel dibattito pubblico sul Medio Oriente, Alessandro Di Battista non si limita a esprimere opinioni: costruisce narrazioni. Non è una differenza banale. Significa partire da fatti reali, selezionarli, modificarne il contesto e caricarli emotivamente fino a trasformarli in una storia coerente con una tesi già decisa. Analizzando alcuni suoi post recenti — quello sull’ambulanza in Libano, quello sulla bambina uccisa a Gaza e quello su Vittorio Arrigoni — emerge con chiarezza un metodo.
Nel caso dell’ambulanza, l’immagine utilizzata è autentica, ma non c’entra con ciò che si sta raccontando. La foto risale al 2024, a Hebbariyeh, mentre il post la presenta come prova di un presunto fatto recente avvenuto pochi giorni fa in un’altra zona del Libano, il cosiddetto “triple tap”, dove l’IDF avrebbe atteso di proposito l’arrivo dei soccorsi per bombardare nuovamente, e poi una terza volta. È un esempio classico di contesto fuorviante, quello che nel fact-checking viene definito misleading context: un contenuto vero (l’ambulanza distrutta) viene spostato nel tempo e nello spazio per diventare la prova visiva di qualcosa che non è affatto dimostrata (l’attacco triple tap). L’effetto è potente, perché l’immagine convince più delle parole, ma è anche profondamente ingannevole.
Ancora più grave è il caso della bambina di Gaza. Qui non si tratta solo di manipolare il contesto, ma di attribuire intenzioni senza alcun fondamento. Scrivere che una bambina sarebbe stata uccisa “per divertimento” non è una denuncia: è un’invenzione delirante. Non esiste alcuna prova, alcuna fonte indipendente, alcun elemento che possa sostenere un’affermazione del genere. È un salto logico enorme, costruito per colpire emotivamente chi legge, una tecnica che negli studi sui media viene definita emotional framing.
È una narrazione che richiama immediatamente immagini precise, come la scena di Schindler’s List in cui un ufficiale nazista spara ai prigionieri per passatempo. Un parallelo implicito, potentissimo, che serve a trasformare un evento tragico — ma complesso e da verificare — in una rappresentazione morale assoluta, dove da una parte ci sono i carnefici e dall’altra le vittime innocenti.
Nel post su Arrigoni, invece, il meccanismo è diverso ma altrettanto scorretto. Si suggerisce una continuità tra la sua morte e le azioni attuali di Israele, quando in realtà Arrigoni fu ucciso nel 2011 da un gruppo jihadista palestinese che lo aveva rapito per ottenere da Hamas la liberazione di un loro prigioniero. Qui si fondono eventi diversi, con responsabilità diverse, per costruire una narrazione unica e coerente. È quella che viene definitafusion narrative.
Mettendo insieme questi esempi, il quadro è chiaro: non siamo di fronte a errori in buona fede, ma a un modello comunicativo preciso. Si parte da elementi reali, li si deforma quel tanto che basta e li si inserisce in un racconto emotivamente carico, dove ogni ambiguità scompare. Il risultato non è informazione, ma orientamento precostituito dove il lettore viene guidato verso la conclusione desiderata.
Il problema non è solo la scorrettezza. È l’effetto che questo tipo di comunicazione produce. In un contesto già estremamente polarizzato, l’uso sistematico di queste tecniche radicalizza il dibattito. Quando si descrive una parte come disumana, quando si evocano implicitamente i nazisti, si supera la politica e si entra nella demonizzazione. E in questo clima, la linea tra critica a un governo e ostilità verso un intero popolo diventa sempre più sottile.
Non è un caso che negli ultimi anni si sia registrato un enorme aumento degli episodi di antisemitismo, in Italia come nel resto del mondo. Una rappresentazione costantemente distorta e disumanizzante di Israele contribuisce inevitabilmente a creare un terreno fertile a queste derive. Non perché ogni critica sia antisemitismo, ma perché una comunicazione che mostrifica non può che fornire il carburante dell’odio.
Siamo dunque davanti a una strategia comunicativa precisa che non cerca di comprendere la realtà, ma di piegarla a una narrazione ideologica. Ed è proprio per questo che è tanto efficace quanto pericolosa.