Capire Israele oggi: tra sicurezza, politica e opinione pubblica
di Marco Del Monte - 21 Aprile 2026 alle 14:27
Nel caos che regna in Medio Oriente da tre anni a questa parte, ogni stormir di fronda ha conseguenze inimmaginabili. Più si incrudisce lo stato di guerra diffuso e più monta la marea antiebraica in tutto il mondo; sulla testa del popolo ebraico, alla accusa di deicidio, mai morta, si è abbattuta quella di genocidio di un popolo che ancora non ha visto la luce: il fantomatico “popolo palestinese”, oggi rappresentato da individui che, tuttavia, muoiono come tutti gli altri. I popoli fratelli l’hanno ucciso nella culla, ma nessuno se n’è accorto. Una foto di gruppo asettica, ma veritiera, oggi dovrebbe mostrare questo: in basso a destra una propaggine della Giordania, in basso a sinistra Gaza, al centro (spaccato in due come un melone) Israele e Cisgiordania, in alto a sinistra il Libano e in alto a destra la Siria.
Fino al 1967 Gaza non esisteva perché quella striscia era sotto l’Egitto e non c’era nessuna Palestina perché la Cisgiordania era sotto la Giordania, mentre il Libano era un Paese florido e in pace, tanto da essere chiamato la Svizzera del Medio Oriente. I Paesi arabi, appena nominati, nel 1948 avevano promesso agli arabi residenti nel neonato Stato di Israele che quest’ultimo sarebbe stato distrutto e, in attesa, accolsero i “profughi” (volontari) in campi profughi dove si trovano ancora. Solo un’altra realtà al mondo può gareggiare sull’eternità di una situazione precaria di tal genere: l’Italia con il terremoto del Belice (valle dei templi), in provincia di Agrigento, verificatosi nel 1968.
Dopo il 1967, quando Gaza e Cisgiordania passarono sotto il controllo israeliano, nacque il fenomeno del terrorismo palestinese fomentato dagli stessi Paesi che avevano promesso l’irrealizzabile (tra cui l’allora muto Iran). Si può affermare che dalla vittoria del 1967 per Israele sono cominciati i guai; sarebbe lungo elencare tutti gli attentati suicidi e non, che hanno colpito sia gli ebrei in Israele che nella diaspora, diamoli perciò per acquisiti ed esaminiamo gli altri aspetti.
Il “popolo palestinese” è nato così: indefinito nella forma e nella sostanza, perché non si sa dove dovrebbe risiedere, non si sa quanti siano, non si sa quale dovrebbe essere (eventualmente) la religione preponderante, dato che l’Islam si divide in mille rivoli, con due gruppi dominanti: sunniti e sciiti. I sunniti costituiscono più dell’80% dell’intero nucleo, mentre gli sciiti rappresentano non più del 25%, ma sono più intransigenti e più ortodossi; inoltre vantano la discendenza diretta dal Profeta. Il terrorismo inteso in senso lato si poggia poi sulla “filosofia” dello sha’id, il martire attivo, che cerca la morte, per la quale gli è stato instillato fin da piccolo un amore religioso, al limite della morbosità. Ad augurare la morte allo sha’id sono addirittura i suoi genitori e, quindi, introdurre la pena di morte per loro è come premiarli.
L’attuale guerra, che ha coinvolto l’Iran, non nasce ora, ma è in gestazione da vent’anni, durante i quali l’Iran ha pianificato ogni mossa finalizzata alla distruzione di Israele. Si sono susseguiti lanci di missili quotidiani, intifade, sono stati costruiti bunker sotterranei e tunnel sia a Gaza che nel sud del Libano, sono stati trucidati migliaia di israeliani fino al 7 ottobre 2023, quando è cominciata l’apocalisse. Oltre ai preparativi militari, l’Iran ha orchestrato una mostruosa campagna di propaganda, ricorrendo a tutti i mezzi e immagini con una intensità e “raffinata brutalità” che nessuno avrebbe mai immaginato.
In Italia l’Espresso, una volta punta di diamante della sinistra, ha pubblicato una copertina sulla quale spiccava un demone in divisa israeliana che guardava l’immagine di una donna velata di nero inginocchiata davanti a lui. I talk show fanno a gara a denigrare e insultare Israele e i suoi leader e tutti applaudono: le ingiurie rivolte a Netanyahu non sono state rivolte neanche ai peggiori dittatori, e questo è un fatto.