L'intervista

Fabiana Di Segni: “Lascio il Pd, clima insostenibile. Sono stata colpita come ebrea. La sinistra non combatte l’antisemitismo”

di Luca Sablone - 22 Aprile 2026 alle 11:03

Fabiana Di Segni ha lasciato il Partito democratico non per una divergenza tattica o per logoramento personale, ma per una rottura netta, politica e morale. La consigliera del Municipio XI di Roma ha detto addio dopo anni di ambiguità, silenzi e sottovalutazioni di fronte all’antisemitismo da parte dei vertici dem. Un atteggiamento che ha reso il clima interno incompatibile con i princìpi che i progressisti dichiarano di difendere. Non è una crisi passeggera, ma il superamento di un limite preciso: quando non si riesce a distinguere tra critica e intolleranza, il partito smette di essere una casa per chi quell’odio lo subisce sulla propria pelle.

Di Segni, il clima nel Pd era diventato così insostenibile?
Sì, era diventato insostenibile. E voglio dirlo con chiarezza: non per una divergenza interna, non per una polemica contingente, non per una sensibilità personale ferita. Era diventato insostenibile perché dentro il Pd, su questi temi, si è progressivamente consumata una rottura politica e morale. Per due anni ho visto crescere un clima in cui l’antisemitismo non veniva affrontato come una questione democratica decisiva, ma veniva aggirato, ridotto, relativizzato. Ho visto un partito incapace di governare il proprio linguaggio e i propri confini. E quando un partito smette di distinguere con nettezza tra critica politica e odio identitario, smette anche di essere una casa democratica per chi quell’odio lo subisce. Io non me ne sono andata per stanchezza. Me ne sono andata perché era stato superato un limite politico, umano e valoriale.

Ha anche ricevuto insulti personali per la sua religione?
Sì. E questo è il punto che non può essere edulcorato. Io non sono stata colpita soltanto come amministratrice o come militante. Sono stata colpita come ebrea. Mi è stato scritto che Hitler avrebbe dovuto “completare il compito”. Mi è stato chiesto conto, “come ebrea”, delle scelte del governo israeliano. Mi è stato attribuito un “voi”, cioè una responsabilità collettiva fondata sull’identità. Questo non è dissenso. Questo non è scontro politico. Questo è antisemitismo nella sua forma più chiara: ridurre una persona alla sua appartenenza e farla rispondere di ciò che non è, di ciò che non decide, di ciò che non controlla. Ed è ancora più grave che questo sia accaduto nel silenzio, o comunque senza una reazione all’altezza, di chi avrebbe dovuto difendere non solo me come persona, ma i princìpi democratici elementari.

A questo si aggiunge il trattamento riservato a Emanuele Fiano…
Si aggiunge un fatto politico più ampio: ogni volta che l’antisemitismo viene minimizzato, contestualizzato fino a dissolverlo, o trattato come un tema imbarazzante, si costruisce un clima. E in quel clima chi denuncia diventa il problema, non chi offende. Chi chiede chiarezza viene vissuto come fastidioso, divisivo, scomodo. È esattamente questo il punto politico: non si tratta più di singoli episodi, ma di una cultura dell’ambiguità che finisce per isolare chi prova ancora a nominare le cose con il loro nome. Io posso parlare della mia esperienza, ma il meccanismo è sempre lo stesso: si tollera troppo, si reagisce tardi, si teme di disturbare un equilibrio interno o un consenso esterno, e alla fine il prezzo lo pagano sempre quelli che vengono colpiti.

I vertici del partito si sono impegnati per arginare l’ondata di odio?
No. Non in modo adeguato, non in modo tempestivo, non in modo politicamente serio. Ci sono stati singoli tentativi di mediazione, ed è giusto riconoscerlo. Ma il problema non è il gesto individuale di qualche collega corretto. Il problema è che il partito, come struttura dirigente, non ha assunto fino in fondo la responsabilità di fermare questo degrado. Non basta una mail tardiva. Non basta una condanna astratta dell’antisemitismo. Non basta dire “comprendiamo il tuo gesto”. Qui servivano atti politici: una presa di posizione chiara, un dibattito interno, una delimitazione netta, anche sanzionatoria, di ciò che è incompatibile con una comunità democratica. Questo non è avvenuto. E quando un partito non interviene davanti all’odio, in politica il silenzio non è neutralità: è una scelta.

Eppure i dem si richiamano spesso all’antifascismo. Perché allora c’è chi sogna una nuova Shoah?
Perché oggi c’è una frattura drammatica tra i valori proclamati e i comportamenti tollerati. Richiamarsi all’antifascismo non basta, se poi si lascia passare il linguaggio che evoca l’eliminazione degli ebrei, se si banalizza la Shoah, se si accetta che il nome di Hitler compaia nel discorso pubblico come se fosse un’iperbole polemica. No: non è un eccesso verbale, non è rabbia politica, non è militanza esasperata. È odio antiebraico. E se un partito antifascista non sa dirlo con chiarezza, allora ha un problema molto serio con sé stesso. Il punto è questo: non si può sventolare la memoria il 27 gennaio e poi tollerare l’antisemitismo quando si traveste da antisionismo radicale, da furore ideologico o da posa militante. Non si può essere antifascisti a giorni alterni.

Siamo a ridosso del 25 aprile, la sinistra è in imbarazzo. Se lo sarebbe mai aspettato?
No. Ed è proprio questo a rendere tutto ancora più doloroso e politicamente devastante. Non mi sarei mai aspettata che, in un’area politica che ha fatto dell’antifascismo, della memoria e del rifiuto della discriminazione la propria grammatica pubblica, si arrivasse a un tale livello di cecità, di ambiguità e di appiattimento. La verità è che una parte della sinistra oggi è in imbarazzo perché non vuole guardare in faccia la propria contraddizione: pretende di difendere i diritti, ma su Israele e sugli ebrei ha smesso di praticare la complessità. Il problema non è criticare il governo israeliano, cosa legittima e doverosa quando serve. Il problema è che quella critica, in troppi contesti, è diventata una narrazione mutilata, selettiva, ideologica, incapace perfino di nominare Hamas, Hezbollah, il terrorismo islamista e tutti gli attori coinvolti in questa guerra terribile. E quando la complessità sparisce, resta il bersaglio identitario. Resta il “voi”. Resta la colpa collettiva. Resta il terreno perfetto per l’antisemitismo. E questo, da una sinistra che si richiama alla Resistenza, è un fallimento politico prima ancora che morale.

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