Gli usurpatori del 25 aprile vogliono riscrivere la storia sulla “liberazione della Palestina”

di Marco Del Monte - 25 Aprile 2026 alle 19:57

Anche quest’anno arriva il 25 aprile, Festa della Liberazione, e da vari giorni siamo di nuovo a dibattere su come uscirne vivi e interi, ma soprattutto a farci dettare l’agenda dai pro-Pal e dagli antagonisti. Questa festa è nata per celebrare la liberazione dal nazifascismo, ma è diventata il simbolo della “liberazione della Palestina” dall’invasore israeliano. A forza di battere su questa tragica menzogna, il concetto sta prendendo piede e la storia viene riscritta da gruppi violenti e senza scrupoli. Qui non si vuole tornare ai tempi delle Crociate, ma al periodo tra le due guerre, quando in Europa cresceva l’antisemitismo, sfociato poi nelle persecuzioni naziste, che hanno indotto molti ebrei a tornare nella terra dei padri per dare di nuovo vita a una terra morta.

Nei libri di Mosè c’è scritto che, quando si comincia a lavorare una terra disabitata e brulla, si acquista il diritto di viverci, per non permettere più che questa terra cessi di nuovo di vivere e torni alle bestie feroci. Nel 586 a.C. (anno in cui i Babilonesi distrussero il Tempio di Gerusalemme e gli ebrei furono deportati in Babilonia), il Regno di Giuda era florido e ricco; quando, dopo l’editto di Ciro  del 539 a.C., gli ebrei tornarono trovarono la terra desolata e ostile. Questo dramma si è ripetuto dopo la Seconda guerra mondiale, al ritorno nella Palestina Adrianea degli ebrei perseguitati in Europa, che andarono ad aumentare il numero di quelli che non avevano mai lasciato quei luoghi. Il 21 febbraio 2025, Antimo Marandola, ex giornalista del Messaggero, deceduto quest’anno, scrisse un saggio intitolato “AAA-OFFRESI PALESTINESI ANCHE GRATIS: CHI LI VUOLE…?  Nessuno! Perché proprio i loro “fratelli” arabi sanno di che pasta sono fatti e in Europa ci sono solo amici a parole”, scorrendo il quale si chiariscono molti misteri. È una disamina precisa ed esaustiva di cui è importante conservare memoria; con il testo in mano. Cerchiamo quindi di capirci qualche cosa anche noi.

Chi sono i palestinesiNon è molto difficile, ma vanno prima smontate le falsità che i “fratelli” arabi hanno messo in circolazione, con il solo scopo di scaricare il problema su Israele, reso possibile dalla proliferazione dell’antisemitismo islamico. È documentato e risulta evidente che non è mai esistito un “popolo palestinese”, quindi non è mai esistito uno Stato palestinese; ambedue nascono nel 1974, come idea geniale dell’egiziano Arafat, impresario edile. Dal nulla della storia, quest’uomo ha riunito un buon numero di disoccupati dediti a traffici di tutti i tipi, riunendoli in una cosca mafiosa, con la quale ha cominciato ad estorcere denaro alle linee aeree e ai governi di mezzo mondo, minacciandoli di far saltare in aria i loro aerei e i loro governanti. Non esiste alcun libro antico, museo, pinacoteca, reperto archeologico, moneta, traccia geografica e/o politica di un regno, di confini, di una capitale, delle città più importanti, di che tipo di economia o quale forma di governo ci fosse a testimoniare l’esistenza di uno Stato palestinese. Quali erano gli Stati che riconoscevano la Palestina? Quali le battaglie più importanti che hanno combattuto? Quali sono le opere letterarie, pittoriche, scultoree, musicali che citino l’esistenza di detto popolo prima del 1974?

È poi altrettanto vero e documentato dagli stessi libri sacri dell’Islam che mai citano Gerusalemme, men che meno dicendo che è stata la capitale di alcuna entità araba o musulmana. Nella Bibbia compaiono i “phalashtìn”, residenti a Gaza, ma i “palestinesi” odierni non compaiono mai. Viceversa, è ineludibile la storia del popolo ebraico su quella terra. Il filosofo ebreo Abraham Yeoshua Heshel ha scritto: “Noi non abbiamo mai abbandonato questa terra, e quella terra è come se non avesse mai abbandonato noi, popolo ebraico. Su questa terra sono passati romani, bizantini, arabi, curdi, mongoli, mamelucchi, tartari e infine turchi. Ma che cosa ne ha fatto tutta questa gente della terra? Nessuno è riuscito a costruirvi o a forgiarvi una nazione. La terra non rispondeva”. Il termine Palestina in Israele è stato di uso comune quando neppure si pensava che esistesse una entità diversa dal popolo ebraico. Dal 1932 al 1950, il quotidiano ebraico Jerusalem Post si chiamava Palestine Post e la stessa Carta dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, all’art. 6 recita: “Gli ebrei che abitualmente risiedevano in Palestina fino all’inizio dell’invasione sionista sono considerati palestinesi”. Non è mai esistita una moneta palestinese e, prima della creazione dello Stato d’Israele, è esistita solo la Lira ottomana.

L’aumento della popolazione araba, poi inventata come palestinese, fu originata trasferendo (anche a forza) da paesi limitrofi egiziani, giordani, libici (molti) e anche più lontani (come bosniaci, algerini, circassi) con l’attrazione prodotta dalla stessa immigrazione ebraica che portava cure mediche moderne, mortalità infantile diminuita, crescita della popolazione, crescita dell’aspettativa di vita, condizioni igieniche fino ad allora sconosciute, ma anche bonifica dei terreni paludosi, incremento delle imprese industriali e della produzione dei terreni agricoli su cui venivano applicate nuove tecniche e nuovi macchinari. Ci fu, ad opera degli ebrei, il drenaggio di diverse aree paludose perché gran parte dei terreni che oggi ospitano aranceti era costituita da dune di sabbia o paludi ed incolta. Terreni che non avevano neppure veri e propri confini, tant’è che quella che oggi viene chiamata Palestina era denominata Siria meridionale.

Anche l’Enciclopedia britannica del 1911 definì il territorio come “terzo meridionale della provincia della Siria”. Era di uso corrente la dizione di Palestina, tanto che la Banca di proprietà dell’Agenzia Ebraica, l’ente sionista per eccellenza che acquistava i terreni, venne chiamata Anglo Palestine Company. Riguardo la proprietà della terra, occorre tenere presente che non esisteva obbligo di registrazione delle proprietà terriere nella Grande Siria che rimanevano Mawat, cioè terre di proprietà dello Stato, oppure Matruka disponibili per nuovi richiedenti, quindi poco interessanti per i contadini a migliorarle. Le fonti archivistiche sono inesistenti e solo nel 2018 è stato aperto una specie di archivio al Center for Heritage and Islamic Research di Abu Dis. Samuel Clemens, alias Mark Twain, in un viaggio del 1867 così descrive la terra d’Israele: “Una terra senza speranza, desolata e con il cuore spezzato”. Avvicinandosi a Gerusalemme, scrisse: “Non c’era quasi un albero o un arbusto da nessuna parte. Persino l’ulivo e il cactus, quei veloci amici di una terra senza valore, avevano quasi abbandonato il paese”. Scritti interessanti se si confrontano oggi con il paesaggio idilliaco o giardino che è la terra d’Israele. Per mettere in atto tale trasformazione occorrevano capitali che i nomadi locali non avevano. Anzi, regnava una macroscopica contraddizione. Chi coltivava la terra (fellahin) non la possedeva, e chi la possedeva (effendi) non la coltivava. Un perfetto combinato che lasciava la terra dare solo quello che cresceva spontaneamente, senza nessun’idea di coltivazione moderna e intensiva.

Gli effendi tornarono a occuparsi delle loro terre solo quando gli ebrei incominciarono a comperarle. Mentre veniva comperata la terra, vennero anche stabilite le prime regole inamovibili: la terra significava Kiddush ha’avodà, conquista del lavoro, e Avodath ivrit, solo gli ebrei dovevano lavorare le terre ebraiche, principio scontato dal momento in cui era impossibile trasformare i pigri e sedentari arabi in coltivatori dinamici e moderni. Gli arabi della Palestina hanno sempre pagato lo scotto di avere dirigenti capaci solo di portarli di disastro in disastro, sempre dalla parte sbagliata, dei perdenti. Già nella Prima guerra mondiale furono schierati con la Turchia contro Francia e Inghilterra, mentre gli ebrei si arruolarono nella Legione Ebraica. Il record dei dirigenti-sciagura, insieme ad Arafat, è stato dal 1921 al 1948, Hajj Amin alHusayni, il Muftì di Hitler, zio di Arafat, fondatore della Divisione nazista Handschar che disprezzava tanto gli ebrei, tanto quanto amava la ricchezza, in una radicata tradizione di famiglia evidentemente trasmessa con il DNA e di cui il nipote Arafat soffrì acutamente. Si assegnò uno stipendio di 100.000 sterline britanniche all’anno e si circondò di una corte di 250 assistenti, e uno staff di 592 uomini. Alla prova d’esame per essere nominato Muftì arrivò ultimo e, a 26 anni, non aveva mai completato gli studi religiosi e mai aveva conseguito alcun diploma.

Poi venne la delibera Onu del 29 novembre 1947 n° 181 che divise la “Palestina” in due entità dai confini non definiti e squilibrati (a Israele spettò il 12% dell’Israele storico, che derubava il popolo ebraico di tre quarti della sua patria di cui erano già proprietari per il 6,7%). Tra l’altro, sul suolo israeliano erano presenti 500.000 ebrei e 400.000 arabo-palestinesi, compresi 200.000 beduini.

Il grande archivio di Israele

Abbonamenti de Il Riformista

In partnership esclusiva tra il Riformista e JNS

ABBONATI
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x