Dalla festa di tutti alla clava del disprezzo

Ebrei insultati e piazze piene d’odio: così gli “eterni fascisti” hanno trasformato il 25 aprile nel mondo al contrario

di Francesco Lucrezi - 26 Aprile 2026 alle 11:49

Ho elogiato, nel mio articolo di ieri, il valore della celebrazione del 25 aprile come festa della Memoria, della Libertà e dell’Unità nazionale. Ho rimarcato come sia importante ricordare che l’abbattimento della tirannia nazifascista abbia rappresentato un momento di svolta radicale, senza il quale saremmo stati perduti. Questa memoria va preservata, onorata, trasmessa. Ma ho anche sollevato la domanda se il 25 aprile 2026, 81 anni dopo quel giorno di insurrezione, e 80 anni dopo la prima celebrazione di quella data, le manifestazioni organizzate in tale occasione conservino ancora un utile significato. È ancora, al giorno d’oggi, il 25 aprile, la festa della Memoria, della Libertà e dell’Unità nazionale? Ho risposto di no.

Sarò molto sintetico nell’esporre le ragioni del mio “no”, perché esse ricalcano esattamente le stesse che ho illustrato per spiegare la mia contrarietà (o almeno, forte perplessità) rispetto alle celebrazioni del Giorno della Memoria. Rav Roberto Della Rocca, in un suo toccante e doloroso articolo recentemente apparso sul Corriere della Sera, ha denunciato “il pericolo di smarrire il senso profondo della ricorrenza, ridurla a un palcoscenico dove tutto si mescola e nulla si comprende davvero”. Ma si tratta di molto più di un pericolo, è una realtà. 

La data del 25 aprile è un’importante pagina di storia, e le celebrazioni in sua commemorazione sono state volte a ricordarne il significato. Ma, svolgendosi queste manifestazioni da ormai 80 anni, con il coinvolgimento di tantissime persone e istituzioni, sono anch’esse diventate parte della storia. E anch’esse – come tutto, nella storia – sono cambiate. E non si può negare che il 25 aprile di oggi non solo si è allontanato dal suo significato originale, ma, in buona misura, lo ha capovolto.

Non custodisce più la Memoria, dal momento che molti tendono a stravolgerla. Coloro che hanno combattuto contro il nazifascismo, versando il proprio sangue, come i rappresentanti della Brigata Ebraica, vengono insultati e minacciati, mentre sventolano innumerevoli bandiere degli eredi di coloro (come il Gran Muftì di Gerusalemme e i suoi tanti seguaci) che erano stretti alleati di Hitler, con lui d’accordo nell’eliminare tutti gli ebrei dalla faccia della Terra: i primi lo avrebbero fatto in Medio Oriente, il secondo in Europa. Coloro che pretendono di rappresentare i Partigiani fanno esattamente l’opposto di quello che fecero loro: i Partigiani impugnarono le armi per difendere il loro Paese, l’Anpi condanna coloro che cercano di difendersi, e non opera nessuna distinzione tra aggredito e aggressore. Del fascismo, quello vero, non importa più niente a nessuno, perché è risorto, alla grande, quello che Umberto Eco chiamò “l’eterno fascismo” degli italiani. Il grande partigiano Leo Valiani disse che nella folla che scherniva i cadaveri di Mussolini e della Petacci non riconobbe quelli che avevano combattuto il fascismo, ma coloro che, fino al giorno prima, vi si erano inchinati. Ecco, il 25 aprile è diventato la festa di questi nuovi fascisti, gli “eterni fascisti”. La festa del tipico trasformismo del popolo italiano, della sua tradizionale memoria corta. 

Non si esalta il valore della Libertà, dal momento che nessuna voce si leva, in questi cortei, contro i regimi sanguinari che la soffocano nel sangue, a partire dall’orrenda teocrazia iraniana, e invece tantissime si levano contro coloro che li combattono. La generica condanna della guerra, senza alcuna specificazione, è l’esatto contrario della lezione del 25 aprile. Se gli alleati, nel ’39-45, fossero stati pacifisti, oggi vivremmo tutti sotto la svastica, e non ci sarebbero più rom, disabili, ebrei, oppositori politici.

Non è più la festa dell’Unione nazionale, perché si sentono urlare quasi esclusivamente slogan di odio, di disprezzo, di morte. Basta guardare le immagini, che grondano di rabbia, livore, violenza. La canzone “Bella ciao”, che dovrebbe essere di tutti, è usata come una clava, da dare in testa a chi sta antipatico. È così, inutile fare finta di niente. E allora penso che occorra distinguere nettamente tra la data del 25 aprile e le celebrazioni in suo ricordo. La prima deve restare sacra nella nostra memoria; le seconde (con tutto il rispetto per coloro che vi partecipano in buona fede) sono da buttare. Viva il 25 aprile, dunque. Ma meglio commemoralo da soli, in silenzio, stringendoci in un abbraccio ideale a chi ha dato la vita per noi.

Il grande archivio di Israele

Abbonamenti de Il Riformista

In partnership esclusiva tra il Riformista e JNS

ABBONATI
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x