L’Italia è già in campagna elettorale: infuria la moda anti-Israele. Il prossimo Parlamento sarà un incubo
di Francesco Lucrezi - 3 Maggio 2026 alle 11:43
Anche se manca più di un anno – salvo sorprese – per le prossime elezioni politiche, si può dire che, ormai, siamo già in campagna elettorale. E non c’è dubbio, che, nella prossima competizione, la carta Israele-Palestina avrà un ruolo importante. L’intensificarsi delle molteplici iniziative antisioniste-semite (dai cortei ai comizi degli odiatori del 25 aprile, passando per il 1° maggio e per le avventurose gite dei guerriglieri flottigliari) è anche un evidente segno dell’affannarsi a cercare una candidatura da qualche parte. Tutti i partiti, di destra, centro e sinistra, si stanno attentamente interrogando, in questi giorni, su come utilizzare questa carta a proprio vantaggio. Molti vedono in essa una grossa opportunità, per altri si tratta piuttosto di un grattacapo, ma, in ogni caso, è un fattore molto importante, di cui tenere conto.
Tra i vari campi ci sono, ovviamente, grandi differenze. Ormai la sinistra, tutta (con qualche piccola sacca di resistenza nel Pd), ha scelto di cavalcare in modo sfrenato la carta della criminalizzazione morbosa di Israele. È certo che le liste dei 5S, del Pd e di Avs saranno piene zeppe di gente conosciuta solo per la forza con cui sa urlare le due parole magiche “Palestina” e “genocidio”, ormai sinonimi. Molti vacanzieri-spinellari stanno chiamando i dirigenti di questi partiti, e questi stanno chiamando loro. I partiti di sinistra sembrano avere quindi gioco facile, perché non hanno bisogno di perdere tempo a preparare noiosi programmi: basta, anche per loro, il magico mantra di quelle due parole. Ma hanno due problemi. Il primo è la concorrenza. Se tutti urlano le due parole, come si fa a distinguersi? Non c’è il rischio che, dopo che uno ha urlato a squarciagola per anni quel programma essenziale, gli elettori, pur convinti del messaggio, vanno poi a votare un altro, che ha detto le identiche cose, solo con più rabbia, più odio, più violenza? E, certo, non c’è posto per tutti. Il secondo problema è il rischio della noia. Non c’è dubbio che a moltissimi italiani quelle due parole piacciono, e piacciono quelli che le gridano. Ma siamo sicuri che piaceranno proprio per sempre? Non può darsi che, a un certo punto, la gente cominci a stufarsi un po’? Siamo sicuri che martellare per sempre su quel mantra sia una scelta vincente? Un bel gioco dura poco, ma anche un gioco orrendo, come questo, non può durare all’infinito.
Quanto al centrodestra, la situazione è più complessa. L’unico partito che si è sempre detto pro-Israele, la Lega, visto che il clima è cambiato, si sta chiaramente smarcando, e dell’argomento non parla più. Forza Italia, che era abbastanza equilibrata, ha ormai chiaramente abbandonato lo scomodo ex-semi-amico Israele, a cui il ministro degli Esteri Tajani riserva giudizi sempre più severi. E lo stesso si può dire per il partito della premier, che, all’inizio, sembrava cautamente filosionista. L’attuale riposizionamento è evidentemente gradito alle frange più nostalgiche del partito e della sua base, che non hanno mai amato gli ebrei. Solo che, anche se stanno diventando tutti antipatizzanti di Israele, i partiti del centrodestra non potranno mai diventare pro-Pal, perché quel campo è già occupato, e poi la loro base della Palestina non se ne frega niente. Se non amano gli ebrei, non amano neanche gli arabi. Insomma, per il centrodestra quella di Israele è soprattutto una grana, una seccatura, che li costringe a continui equilibrismi lessicali (diversamente da quello che un tempo si chiamava centrosinistra, e che ora è diventato estrema-estremissima sinistra, per il quale il mantra basta e avanza).
Ci sono poi i due piccoli partiti di centro, che sperano di avere qualche spazio e qualche voce, e dovranno decidere come collocarsi. Se, in passato, hanno a volte manifestato comprensione per Israele, si sono anch’essi raffreddati, e comunque il problema non rappresenterà certo una priorità nelle loro scelte di posizionamento e di campagna elettorale. L’unico apertamente pro-Israele è il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, che i sondaggi danno, più o meno, all’1% dei consensi. Per entrare in Parlamento dovrebbe necessariamente allearsi con qualcuno, almeno che non scelga di fare una coraggiosa battaglia di testimonianza, investendo sul futuro. Si vedrà.
Comunque vadano le prossime elezioni, quel che è certo è che il prossimo Parlamento e il prossimo governo saranno molto più ostili nei confronti di Israele. A Montecitorio e a Palazzo Madama vedremo delle facce da incubo. Il motivo di fondo è che gran parte del popolo italiano, se non la sua maggioranza, è tornato, come ai bei tempi, ad avere una profonda antipatia non solo verso Israele, ma verso gli ebrei in generale. È una realtà triste, ma chiara come il sole. Bisogna prenderne atto, e non c’è di che stupirsi. Quella del 1938 era l’Italia dei nostri padri e nonni, non dei Neanderthal.