“Sequestro” e “fermo illegale”: le due fandonie per infangare Israele sul blocco della Flotilla
di Paolo Crucianelli - 6 Maggio 2026 alle 11:21
In poche settimane è diventato pacifico, perfino tra commentatori di area filoisraeliana, che l’intercettazione della Global Sumud Flotilla del 30 aprile sia stata un’operazione «illegale». È un fatto sociologico nuovo, e merita di essere capito per come si è formato, perché rivela un meccanismo politico-mediatico che è bene saper riconoscere.
La premessa giuridica della tesi di illegalità è debole e, a un esame tecnico, non regge. Il diritto del blocco navale in tempo di conflitto — codificato dalla Dichiarazione di Parigi del 1856, sintetizzato nel Manuale di San Remo del 1994, applicato dalla Commissione Palmer dell’ONU sul caso Mavi Marmara — consente alla potenza che ha dichiarato il blocco di intercettare, anche in acque internazionali, le imbarcazioni la cui destinazione è inequivocabilmente diretta a violarlo. Non esiste un parametro di distanza. Nessun tribunale competente — Corte Internazionale di Giustizia, Corte Penale Internazionale, Consiglio di Sicurezza ONU — ha mai dichiarato illegittimo il blocco israeliano di Gaza. Anzi, il rapporto Palmer prima citato è stato un tentativo – fallito – di far dichiarare illegale il blocco. Su questi due punti, chi ha studiato la materia non discute.
Eppure, oggi nessuno mette più in discussione il concetto. Come è successo? La risposta passa per una nota di tre righe. Il 30 aprile, Palazzo Chigi ha diffuso un comunicato che parlava di «condanna del sequestro» e di cittadini italiani «illegalmente fermati». Quell’aggettivo, illegalmente, è stato il punto di svolta. Non perché fosse motivato — la nota non spiega in base a quale norma il fermo sarebbe illegittimo — ma perché era istituzionale. Quando il governo del Paese di cui è bandiera una parte delle imbarcazioni qualifica l’azione come illegale, lo fa con il peso del proprio sigillo, e l’aggettivo cessa di essere posizione politica per assumere l’apparenza di un dato giuridico. Quattro giorni dopo, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio. È un atto formalmente dovuto, di fronte alla denuncia di cittadini italiani, e non equivale a un giudizio di fondatezza: con ogni probabilità il fascicolo verrà archiviato per difetto di giurisdizione o insussistenza del reato. Ma intanto la notizia «la Procura indaga» si è sommata alla qualificazione governativa, e i due atti, letti insieme, hanno chiuso il cerchio.
A quel punto la cascata si è propagata da sola. Testate, talk show e social hanno smesso di chiedersi se Israele avesse violato il diritto e hanno cominciato a discutere quanto: se la reazione fosse proporzionata, se i fermati fossero stati maltrattati, se gli aiuti fossero arrivati a destinazione. Discussioni legittime, ma tutte fondate sul presupposto che la radice dell’azione fosse illegale. Anche chi avrebbe voluto difendere Israele si è ritrovato a giocare in un campo già perso in partenza, perché contestare la premessa avrebbe richiesto competenze tecniche specialistiche e il rischio dell’isolamento.
La responsabilità di tutto questo è del governo italiano, ed è grave. Le opposizioni e i militanti hanno fatto, come sempre, il proprio mestiere: militare, propagandare, anche asserendo il falso. Ma è la nota di Palazzo Chigi ad aver trasformato una posizione di parte in fatto acquisito. Senza quell’aggettivo, la consueta polarizzazione politica avrebbe avuto i suoi confini abituali, e i giuristi avrebbero potuto continuare a spiegare, a chi voleva ascoltare, che il diritto del mare in tempo di conflitto dice il contrario di ciò che si va dicendo. Con quell’aggettivo, invece, le cateratte si sono aperte: il dissenso indiscriminato all’operazione israeliana ha trovato il proprio sigillo istituzionale, ed è diventato cornice condivisa. L’antidoto, oggi, è ancora possibile: isolare quella singola parola, “illegalmente”, chiederne il fondamento giuridico al governo che l’ha scritta, e renderla di nuovo discutibile. Domani, quando la cascata si sarà prosciugata, sarà troppo tardi.