I complottisti s’inventano la “lobby ebraica” e demonizzano Israele per non ammettere i propri fallimenti
di Enrico Cerchione - 7 Maggio 2026 alle 11:31
La verità è noiosa. La meta-verità (complotti, lobby occulte, demiurghi invisibili) è seducente, virale, cinematografica. Non servono prove: basta un nemico chiaro, un “loro” contro “noi”, anzi “sopra di noi”. Lo vediamo ogni giorno nel populismo, il male del secolo della politica. Nello scorso referendum, slogan semplici e falsi («la giustizia in mano alla politica»!) hanno prevalso su una riforma tecnica in linea con gli standard delle democrazie occidentali. La complessità perde sempre contro la narrazione da bar. Il meccanismo è antico e permea con facilità anche le questioni geopolitiche più complesse, come l’insidiosa accusa che Donald Trump sia influenzato o addirittura costretto alla guerra con l’Iran dalla lobby ebraica.
Gli ebrei sono una minuscola minoranza: oggi 15,8 milioni nel mondo, meno dello 0,2% della popolazione globale. I Paesi a maggioranza musulmana sono quasi 2 miliardi, la Cina 1,4 miliardi, i grandi produttori di petrolio controllano risorse da trilioni. Eppure, ancora oggi molti sono convinti che finanza, media e guerre siano in mano alla “lobby ebraica” o “sionista”. I dati dicono altro. Il lobbying pro-Israele negli Usa è visibile, ma dal 2016 al 2025 è stato superato da Cina, Arabia Saudita, Qatar e Corea del Sud. Gli ebrei rappresentano però circa il 22% di tutti i Premi Nobel (110 volte la media). Israele, 9,5 milioni di abitanti senza petrolio, è al 14° posto mondiale nel Global Innovation Index e primo per spesa in ricerca e sviluppo pro capite.
La spiegazione vera è meno romantica: una tradizione millenaria del “popolo del libro” ha fatto dell’alfabetizzazione e dello studio un imperativo di sopravvivenza. Gruppi sotto pressione selettiva sviluppano tratti adattivi. Non è complotto, è selezione culturale. Ammetterlo però è scomodo: significa accettare che il successo altrui non è furto, ma merito – questo sconosciuto spesso ostracizzato. Entra allora in gioco il self-serving bias (meccanismo di autoprotezione): lo studente che prende 30 dice “sono bravo”, chi prende 18 dice “il professore ce l’aveva con me”. Un meccanismo errato, ma funzionale al benessere psicologico dell’individuo. Così intere società incolpano gli ebrei e il loro Stato per i propri fallimenti (corruzione, autoritarismo, rifiuto della modernità, tratti tipici dei Paesi mediorientali ostili a Israele) invece di guardarsi allo specchio.
A sposare tristemente questo meccanismo e amplificare la meta-verità complottista è anche l’anti-occidentalismo: meglio il senso di colpa coloniale che celebrare i progressi della tradizione giudaico-cristiana, ignorando che i più grandi imperi schiavisti e colonialisti della storia furono arabo-musulmani. La meta-verità è la religione laica di chi ha bisogno di un diavolo, un nemico astratto a cui attribuire il fallimento personale e collettivo. E così Trump diventa marionetta della lobby ebraica o ricattato dal Mossad con i file Epstein.
Sorvoliamo sull’ultima folle affermazione complottista di Francesca Albanese (quella delle cittadinanze onorarie Pd): il pericolo di “israelizzazione” europea, come fosse un danno piuttosto che una meta. La vera sfida è costruire un linguaggio comunicativo nuovo, seducente e virale quanto quello populista, ma al servizio della verità. Perché i nemici si combattono sullo stesso terreno, e noi possiamo vincerli con armi che loro non possiedono: rigore, profondità, onestà intellettuale e la forza culturale di chi non ha bisogno di inventare nemici immaginari. Solo così ciò che è vero cesserà di apparire grigio e noioso, e magari sarà seducente.