Trump non sta aiutando Israele: ogni cessate il fuoco è un assist all’Iran, che si riorganizza
di Redazione - 10 Maggio 2026 alle 08:17
Nella storia del Vicino Oriente, la Persia è stata vinta una volta soltanto da Alessandro Magno nel 333 a.C.; un’altra volta è stata fermata alle Termopili dai 300 prodi di Leonida di Sparta, nel 480 a.C., che morirono tutti. La leggenda vuole che la Persia fosse protetta da un sortilegio legato a una corda attaccata sul timone di un carro con un nodo inestricabile; chi fosse riuscito a scioglierlo avrebbe conquistato l’Asia. Alessandro, giunto a Gordio (nell’attuale Turchia), non si pose neanche il problema, ma sguainò la spada e lo tagliò con un colpo netto. In questo momento l’Iran, che è geograficamente l’erede dell’antica Persia, è sotto attacco degli Usa, alleati con Israele, e le sorti della guerra sembrano pendere a suo favore. Come è possibile, visto che sta combattendo contro due degli eserciti più forti e meglio armati al mondo? La risposta ci viene proprio da Gordio.
Donald Trump non è Alessandro Magno, e le sue indecisioni stanno facendo pendere la bilancia a suo sfavore. Nel giugno del 2025 Usa e Israele hanno sferrato un violentissimo attacco mirato e devastante, ma dopo dodici giorni, quando era il tempo di chiudere una volta per sempre la faccenda, il Comandante in capo ha dato l’ordine di fermarsi, con grave disappunto dei suoi alleati del Golfo e, naturalmente, di Israele. La guerra è ripresa il 28 febbraio 2026 ed è attualmente in corso, con esiti assolutamente sfavorevoli. Il cessate il fuoco del giugno 2025 è stato un campanello d’allarme non recepito da Trump, perché in questo tempo l’Iran si è riorganizzato, ha stretto un’alleanza di ferro con la Russia di Putin, che – oltre a rifornirlo di missili e armi da campo – gli ha messo a disposizione i dati d’intelligence e i satelliti spia, tanto che le basi americane dislocate nei Paesi sunniti sono state colpite con precisione millimetrica.
L’Iran, inoltre, non si è limitata alle basi americane, ma, con una serie di attacchi missilistici, ha distrutto l’economia di Abu Dhabi, incrinando la fiducia che gli altri Stati limitrofi nutrivano per l’America. Su consiglio e assistenza russa, poi, l’Iran ha preso in ostaggio lo Stretto di Hormuz, riuscendo a mettere i Paesi occidentali, preoccupati per le loro economie in bilico, contro gli Usa e mettendo a questo punto in crisi il fronte interno. L’Iran ha tirato fuori tutto il meglio del suo glorioso passato e, sia pure non in maniera eclatante, giorno per giorno sta facendo vacillare il “colosso”, sfruttando a suo favore le indecisioni e i malumori del “Comandante”.
Questo quadro non esaltante è stato portato all’attenzione degli americani da Larry Johnson, ex analista della CIA, nel corso del programma Youtube Judging Freedom, condotto dall’ex giudice Andrew Napolitano, che ha anche confermato che a Trump sarebbe stato negato l’accesso ai codici nucleari, a causa della manifesta intenzione di attaccare l’Iran con una bomba radioattiva. Sarebbe stata così inficiata la determinazione del Presidente, che ha visto mettere in crisi la sua strategia.
Abbiamo già visto più volte la profonda differenza nella valutazione del tempo e della morte che esiste tra il mondo occidentale giudaico-cristiano e il mondo islamico e, in questi frangenti, se ne ha conferma. La relatività temporale per i musulmani non esiste, perché vivono questa variabile in modo totalizzante e svincolato dalla generazione che inizia un qualunque procedimento. Basti pensare che il “nostro” ha davanti i pochi mesi che lo separano dalle elezioni di mid term, che si terranno a novembre. La Persia ha tempo, e più i giorni passano senza atti concreti, più si avvicina la vittoria. E questo è stato ben ponderato, nel senso che non prevede nessun piano “B”, mentre gli Usa ora vorrebbero averlo considerato, e invece – certi della propria forza – non l’hanno fatto. Ecco che si dimostra, una volta di più, che un popolo senza storia è un popolo senza radici, e di questo dovremmo tenere conto: Trump non è Alessandro Magno.