“L’Europa si sta israelizzando”. Albanese fa la vittima, ma dimentica che i governi Ue bersagliano Israele
di Paolo Crucianelli - 11 Maggio 2026 alle 11:43
Sui social gira un post che attribuisce a Francesca Albanese una formula sintetica: “L’Europa si sta israelizzando. I governi anziché prendere le distanze da Israele, continuano a stringere con esso legami commerciali, militari e tecnologici”. Letteralmente, la frase non risulta tratta da un singolo discorso, ma riassume con efficacia il filo che la relatrice speciale dell’ONU ha sviluppato pubblicamente nelle ultime settimane: dal palco di Uno Maggio a Taranto al commento sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla 3 a Creta. La sua tesi è che i governi europei pronuncino critiche pubbliche mentre, sul piano commerciale, militare e tecnologico, conservano legami che li rendono complici strutturali del comportamento israeliano.
Prendiamolo sul serio, per misurarne i limiti. L’argomento non è “i governi europei sostengono Israele” — quasi nessuno di loro lo fa pubblicamente, e Albanese lo sa benissimo: è proprio per questo che ha spostato il discorso sull’infrastruttura. L’Europa istituzionale dell’ultimo biennio si è mossa in direzione opposta al lamento. Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia hanno riconosciuto lo Stato di Palestina nel maggio 2024. La Francia nel settembre 2025. Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi hanno assunto posizioni critiche. La Germania, malgrado la propria linea costituzionale di difesa di Israele, ha sospeso parte delle licenze di esportazione armi. L’Italia, dopo le critiche di Meloni a Israele all’Assemblea ONU del settembre 2025, ha sospeso il memorandum di difesa il 14 aprile 2026 e qualificato come illegali i fermi della Flotilla nella nota del 30 aprile. Restano in posizione filo-israeliana esplicita solo l’Ungheria e, più sobriamente, la Repubblica Ceca: eccezioni, non la linea continentale. Quella che descrive Albanese non è l’Europa “israelizzata”: è, al contrario, un’Europa al massimo storico di distanza pubblica dal governo israeliano.
Il secondo paradosso è il più rivelatore. Albanese e i suoi sodali – Avs, 5 Stelle, settori del Partito democratico, omologhi europei – lamentano che “non si parli di Gaza”. Eppure, Gaza è, da due anni, il primo tema della discussione politica e mediatica europea. Chi ha vinto l’egemonia narrativa è la loro parte, non quella opposta. La rottura che chiedono è quella ideologica, formale; ma una democrazia non può sostanziarla oltre un certo limite, perché significherebbe rompere accordi commerciali, di sicurezza e scientifici in atto da anni e dove in molti casi sarebbe proprio l’Europa ad averne nocumento, molto più di Israele.
Resta un effetto da guardare in faccia. La campagna pro-palestinese, intrecciata a slogan pubblici sempre più espliciti, coincide cronologicamente con un’ondata di episodi antisemiti in continua crescita, documentata per l’Italia dal CDEC: 877 nel 2024, 963 nel 2025, proiezione 2026 al rialzo. Lo stesso discorso vale per l’intera Europa. Critica politica a Israele e antisemitismo non sono la stessa cosa. Ma il clima che la sua parte ha contribuito a costruire non è neutrale rispetto a quei numeri, ed è un punto su cui chi la sostiene dovrebbe avere almeno un sussulto di responsabilità. Allora, di cosa sta parlando davvero Francesca Albanese? Sta parlando di un’Europa che non esiste. Quella che esiste, semmai, mostra il successo della sua parte, mascherato da insofferenza. Riconoscimenti dello Stato palestinese, sospensioni di accordi di difesa, condanne in sede ONU, opinione pubblica massicciamente spostata, magistrature che aprono fascicoli. Se tutto questo non basta, è perché l’obiettivo non era solo influire sulla politica europea — quello è stato raggiunto — ma ottenere una rottura ideologica che i governi, per ora, non possono e non vogliono fare. Quando chi ha già vinto continua a recitare la parte della vittima, non sta cercando un cambio di rotta, ma di non doversi prendere la responsabilità del disastro che, vincendo, ha alimentato.