Sanzioni a Israele e solidarietà alla Flotilla: il governo Meloni si sta allontanando da Israele
di Paolo Crucianelli - 12 Maggio 2026 alle 14:39
Il governo Meloni si sta forse allontanando da Israele? Ciò che emerge dall’analisi delle dichiarazioni pubbliche del governo italiano nei confronti di Israele negli ultimi mesi è una sequenza che merita di essere letta nella sua continuità, perché i singoli episodi, presi isolatamente, potrebbero sembrare reazioni contingenti e comprensibili. Messi in fila, raccontano qualcos’altro.
Il primo segnale risale al settembre 2025, quando Giorgia Meloni, intervenendo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha accusato Israele di aver superato il limite del principio di proporzionalità nella sua risposta ad Hamas, parlando esplicitamente di strage tra i civili e annunciando il voto favorevole dell’Italia su alcune sanzioni europee proposte contro Tel Aviv. Una presa di posizione severa, che tuttavia si collocava in un contesto di critica alla conduzione militare a Gaza condivisa da molti governi occidentali.
L’autunno dello stesso anno ha portato nuove tensioni legate alla missione Unifil in Libano. Quando l’esercito israeliano ha colpito con spari di avvertimento un convoglio italiano, Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano alla Farnesina dichiarando che i soldati italiani non si toccano; Crosetto ha parlato di ferma e indignata protesta; Meloni di azioni irresponsabili. Il governo aveva tutto il diritto e il dovere di protestare: soldati in missione ONU erano stati deliberatamente ostacolati. La questione non è se protestare, ma come. Il tono scelto è stato sistematicamente il più aspro disponibile, senza mai lasciare aperta una porta diplomatica.
Il 14 aprile 2026 è arrivata la conseguenza più concreta: la sospensione del rinnovo automatico del memorandum sulla cooperazione nel settore della Difesa, formalizzata da Crosetto con una lettera al suo omologo e decisa collegialmente dall’intero vertice di governo. Le fonti israeliane hanno minimizzato, definendo l’accordo privo di contenuto reale, ma il gesto politico è difficilmente equivocabile.
L’episodio più recente, e per certi versi il più rivelatore e il più preoccupante, è la nota di Palazzo Chigi del 30 aprile 2026 sull’intercettazione in acque internazionali della nuova Global Sumud Flotilla. Il documento parla di condanna del sequestro e chiede la liberazione degli italiani illegalmente fermati. Entrambe le espressioni sono giuridicamente discutibili: il blocco navale israeliano su Gaza non è stato dichiarato illegittimo da nessuno dei tre organismi che avrebbero l’autorità per farlo — CIG, Corte Penale Internazionale, Consiglio di Sicurezza ONU — e la distanza dall’intercettazione non ha valenza giuridica. Definirla illegale in un documento ufficiale non è critica politica: è l’assunzione di una posizione giuridica che nessun tribunale competente ha mai adottato. Va aggiunto che rispetto al precedente del 2025, quando oltre 450 attivisti furono trattenuti e rimpatriati attraverso l’iter israeliano, questa volta Israele ha scelto una soluzione più rapida, facendo sbarcare i fermati in Grecia in coordinamento con Atene: un segnale di disponibilità che la nota italiana ha ignorato in favore di un lessico da atto d’accusa.
La domanda con cui si apre questo articolo non ha ancora una risposta definitiva. È possibile che il peso dell’opinione pubblica europea, sempre più ostile a Israele, stia influenzando scelte di comunicazione che restano, almeno nelle intenzioni, distinte dalla politica sostanziale. Quello che è certo è che esiste una progressione, che ogni episodio è stato gestito con un tono più duro del precedente, e che la nota sulla Flotilla rappresenta un salto qualitativo: l’attribuzione a Israele di una specifica condotta illegale (ma che illegale non è) in un documento ufficiale del governo. Se questa è ancora politica di vicinanza a Israele, la domanda resta aperta, e merita una risposta.