Ma ignora il report choc sugli abusi di Hamas
Rula Jebreal getta ancora fango: “Gli stupri sono parte integrante del sistema di dominio coloniale israeliano”
di Paolo Crucianelli - 13 Maggio 2026 alle 14:07
Il rapporto Silenced No More è uno di quei documenti che dovrebbero essere letti da chiunque voglia parlare seriamente del 7 ottobre. È anche, bisogna dirlo con sincerità, una lettura difficile, dolorosa, a tratti insostenibile. Le oltre 300 pagine del dossier descrivono un universo di violenze sessuali, torture, mutilazioni, stupri di gruppo, umiliazioni e sevizie che va ben oltre l’idea stessa di “atrocità di guerra” comunemente intesa. Il quadro che emerge è quello di una brutalità sistematica, sadica, spesso culminata nella morte delle vittime prima, durante o dopo gli abusi.
Il documento sostiene, sulla base di oltre 430 testimonianze, 1.800 ore di materiale video, fotografie e analisi forensi, che la violenza sessuale non fu un effetto collaterale dell’attacco di Hamas, ma parte integrante della dinamica del massacro. Donne violentate accanto ai corpi dei familiari uccisi, mutilazioni genitali, cadaveri denudati e oltraggiati, ragazze trascinate via sanguinanti, violenze sessuali consumate davanti ai familiari e, in un caso documentato, perfino imposte fra familiari stessi: leggere quelle pagine significa confrontarsi con un livello di disumanizzazione che lascia profondamente scossi.
Ed è probabilmente proprio per questo che colpisce la tempistica del post pubblicato da Rula Jebreal, dove sostiene che “gli stupri sono una pratica diffusa e parte integrante del sistema di dominio coloniale israeliano e della supremazia razziale, che alimenta la violenza sessuale”. Nel post la giornalista rilancia un articolo di Nicholas Kristof del New York Times sugli abusi sessuali denunciati da detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Il problema non è discutere quelle accuse, che se accertate restano gravissime e devono essere perseguite senza ambiguità. Il problema è il tentativo implicito e sleale di costruire una simmetria morale e narrativa tra fenomeni profondamente diversi.
L’inchiesta di Kristof si fonda su 14 testimonianze, in larga parte di uomini, raccolte in contesti misti — in parte detenuti in carcere, in parte civili nei territori occupati — e descrive umiliazioni sessuali, torture, percosse ai genitali, presunte violenze durante gli interrogatori. Lo stesso Kristof, peraltro, ammette di non avere prove che i vertici israeliani abbiano ordinato quegli abusi. Se provati, simili episodi rientrano pienamente nella categoria della tortura e/o della violenza sessuale e meritano la condanna dovuta. Ma è ben altra cosa e di ben altro ordine di grandezza rispetto al quadro che emerge dal report sul 7 ottobre.
Nel dossier israeliano non si descrivono abusi coercitivi finalizzati all’intimidazione o all’umiliazione del singolo detenuto. Si descrive invece una violenza sessuale inserita dentro un massacro deliberato di civili, rivolto soprattutto contro donne, ragazze e bambini, accompagnato da mutilazioni, sadismo, spettacolarizzazione della sofferenza e spesso concluso con l’uccisione della vittima e di chi è stato costretto a guardare. Sono dinamiche diverse per scala – oltre 400 testimonianze contro 14 — contesto, finalità apparente, tipologia delle vittime, modalità operative ed esito finale. Mettere queste due realtà sullo stesso piano, proprio nel momento in cui emerge in tutta la sua drammaticità il contenuto del rapporto sul 7 ottobre, produce inevitabilmente un effetto: attenuare l’impatto morale ed emotivo di quanto Hamas ha compiuto. È una forma di riequilibrio narrativo che non nasce dall’esigenza di capire meglio i fatti, ma da quella di neutralizzare la forza simbolica della sofferenza dell’altro.
Condannare eventuali torture o violenze sessuali commesse da soldati israeliani è doveroso. Ma trasformare accuse relative ad abusi commessi in carcere o nei territori occupati nell’equivalente speculare degli stupri di massa, e delle indicibili sevizie compiute durante il pogrom del 7 ottobre, significa confondere deliberatamente categorie profondamente diverse.