L’ex inviato Mediaset a Gerusalemme analizza il clima politico israeliano dopo il 7 ottobre

Intervista a Elia Milani: «Israele verso le elezioni: una fase decisiva per il Paese»

di Ruben Caivano - 14 Maggio 2026 alle 18:12

«Oggi Israele resta un Paese molto spaccato, con visioni opposte sul futuro dello Stato. Le prossime elezioni saranno decisive per capire quale direzione prenderà il Paese» così il giornalista Elia Milani, per anni inviato Mediaset a Gerusalemme, commenta la situazione politica dello Stato ebraico in vista delle elezioni del prossimo autunno. Per Milani, «molti israeliani, che il 7 ottobre 2023 hanno subito uno shock profondissimo, sembrano scettici verso coalizioni costruite soltanto per fermare Netanyahu» mentre il Likud resterà probabilmente una forza politica molto importante.

Milani, che ricordi ha del 7 ottobre 2023?

«Mi trovavo a Gerusalemme. Vivevo lì già da tempo, perché avevo iniziato il mio lavoro come corrispondente per Mediaset nel 2017. Quella mattina fui svegliato dalle sirene che suonavano su Gerusalemme. Fu uno shock, perché non capivo come mai stessero suonando proprio lì. Andai subito in ufficio e iniziai a fare le dirette per i telegiornali. Nelle prime ore non era ancora chiara la portata di quello che stava accadendo. Arrivavano video dal sud di Israele che mostravano miliziani di Hamas entrare in città come Sderot. Guardavamo quelle immagini increduli: sembrava impossibile che stesse succedendo davvero. Man mano che mi dirigevo verso sud in macchina con il mio cameraman iniziammo a capire che non si trattava di una delle tante escalation tra Hamas e Israele. Era qualcosa di completamente diverso. Vedevamo il fumo dei razzi, le strade bloccate, il caos totale, poliziotti armati, proiettili a terra. Tutto faceva capire che Israele stava vivendo qualcosa di senza precedenti.»

Come ne uscirà la società israeliana da questi anni di guerra?

«Il 7 ottobre ha avuto effetti enormi all’interno della società israeliana. Prima dell’attacco il Paese era già profondamente diviso a causa delle proteste contro la riforma della giustizia voluta dal governo Netanyahu. Le tensioni erano così forti che alcuni esponenti degli apparati di sicurezza parlavano apertamente del rischio di una guerra civile. Dopo l’attacco di Hamas, almeno inizialmente, la società israeliana si è ricompattata davanti a un trauma comune. Per comprendere davvero cosa abbia significato il 7 ottobre bisogna ricordare una cosa fondamentale: Israele nasce anche con l’idea di garantire agli ebrei un luogo sicuro dopo la Shoah.
Per molti israeliani, vedere un massacro di civili ebrei compiuto all’interno dello Stato ebraico è stato uno shock esistenziale profondissimo. Tuttavia col tempo le divisioni interne sono riemerse con forza. Oggi Israele resta un Paese molto spaccato, con visioni opposte sul futuro dello Stato. Le prossime elezioni saranno decisive per capire quale direzione prenderà il Paese.»

Dal punto di vista politico, Netanyahu ne esce rafforzato o indebolito?

«Questo lo diranno le elezioni. I sondaggi possono indicare una tendenza, ma sarà il voto a stabilire davvero come gli israeliani giudicano Netanyahu. Va ricordato che Netanyahu è l’unico grande leader israeliano a non essersi assunto pienamente la responsabilità politica del 7 ottobre. Molti altri vertici della sicurezza si sono dimessi o sono stati sostituiti, lui invece è rimasto al suo posto. Nel frattempo il Medio Oriente è cambiato completamente: ci sono stati il conflitto in Libano, lo scontro con l’Iran e una serie di crisi regionali che hanno modificato gli equilibri politici e militari dell’area. Israele oggi è molto più polarizzato anche per via delle alleanze politiche costruite da Netanyahu, che ha aperto il governo a figure dell’estrema destra religiosa e nazionalista come Ben Gvir e Smotrich. Questo ha portato nel dibattito pubblico un linguaggio molto più radicale e ha favorito proposte che in passato sarebbero state considerate impensabili. Per questo è difficile prevedere come finirà. Una cosa appare chiara: Netanyahu e il Likud resteranno probabilmente una forza politica molto importante. La vera domanda è se riusciranno oppure no a costruire una coalizione stabile.»

Benent e Lapid invece correranno insieme

«In Israele gli equilibri politici cambiano molto rapidamente e il Paese resta profondamente diviso. Anche le nuove alleanze tra leader dell’opposizione mostrano quanto il quadro sia fluido. Molti israeliani però sembrano ancora molto scettici verso coalizioni costruite soltanto per fermare Netanyahu.»

Dopo gli anni vissuti sul campo, esiste ancora una possibilità reale di soluzione del conflitto israelo-palestinese?

«Quando arrivai in Medio Oriente ero convinto che si potessero fare previsioni e di capire davvero come sarebbero andate le cose. Con il tempo ho capito che fare previsioni lì è quasi impossibile: tutto cambia molto velocemente. Oggi parlare di una soluzione al conflitto è difficilissimo, soprattutto perché nessuna delle due parti sembra più disposta ad ascoltare davvero l’altra. Persino la parola “pace” è quasi sparita dal linguaggio politico. In questo momento storico non ci sono leader forti abbastanza né un clima favorevole per immaginare un vero processo di pace .L’unica strada possibile resta però il ritorno al dialogo e all’ascolto reciproco.
Ascoltare l’altro significa anche riconoscere il suo dolore. Molti israeliani guardano soltanto al proprio trauma, così come molti palestinesi guardano soltanto al proprio. Finché entrambe le parti continueranno a vedere solo la sofferenza del proprio popolo, sarà molto difficile trovare una via d’uscita dal conflitto.»

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