L’ombra del Muftì: dal patto con Hitler all’orrore del 7 ottobre
di Paolo Agnoli - 23 Maggio 2026 alle 14:37
In un panorama editoriale spesso prudente nell’affrontare certi temi, il saggio di Carmen Dal Monte e Ilaria Sechi, “Hajj Amin al-Husseini. Sacerdote del terrore. Il progetto islamico dello sterminio da Mussolini al 7 ottobre” (Free4Future Edizioni, 2026), si presenta come un’opera destinata a suscitare il confronto. Le autrici ricostruiscono la parabola politica e ideologica del Gran Muftì di Gerusalemme, proponendo una lettura che individua nella sua azione non soltanto una vicenda confinata alla storia del Novecento, ma una matrice che ha lasciato tracce profonde nel radicalismo mediorientale contemporaneo: svelando come il suo “progetto di sterminio” sia la radice storica del fondamentalismo islamico attuale.
La tesi centrale è l’esistenza di un proseguimento tra al-Husseini e alcune forme dell’estremismo musulmano di oggi. L’obiettivo del Muftì, viene mostrato, non fu solo politico o anticoloniale infatti, ma anche quello dell’eliminazione della presenza ebraica in Medio Oriente. Particolarmente significativo appare così il capitolo dedicato all’incontro con Adolf Hitler nel 1941: un passaggio che le autrici mostrano come uno dei momenti simbolicamente e politicamente più rilevanti della convergenza tra l’antisemitismo europeo e l’antisionismo radicale arabo. L’alleanza non si limitò infatti a una convergenza tattica, ma ebbe una vera dimensione ideologica. Al-Husseini emerge come una figura che trasformò una disputa territoriale in una vera e propria jihad, presentata come battaglia per la difesa dell’onore islamico: un “sacerdote del terrore”, appunto.
In tale quadro anche una pagina storicamente poco conosciuta ma inquietante: il progetto nazista legato all’avanzata di Rommel in Nordafrica. Le autrici ricordano come fossero stati predisposti gli ‘Einsatzgruppe Aegyptum’, reparti speciali destinati a seguire le truppe tedesche per procedere allo sterminio sistematico degli ebrei presenti in MO in caso di conquista del territorio. Un piano che, secondo la precisa documentazione presentata, il Muftì sostenne apertamente. Di grande interesse è anche l’analisi delle relazioni tra fascismo italiano e mondo arabo. Attraverso fonti d’archivio, le autrici ricostruiscono il sostegno del regime mussoliniano ad al-Husseini: finanziamenti, documenti falsi e supporto logistico. Il rapporto, inizialmente opportunistico, si rafforzò infatti dopo le Leggi razziali del 1938, consolidando una convergenza sulle basi di una ideologia politica comune.
Il libro estende infine la lettura agli eventi contemporanei, interpretando il 7 ottobre come esito appunto di una lunga continuità ideologica, un progetto che rifiuta compromessi e punta all’eliminazione dello Stato ebraico: ovvero la manifestazione moderna di un antico disegno. Che si condivida o meno integralmente questa interpretazione, è proprio la capacità di proporre una lettura storica coraggiosa (ma davvero articolata), a costituire uno degli aspetti più stimolanti dell’opera. Le autrici insistono, citando fonti e documenti diversi, sulle continuità culturali e ideologiche che attraversano il Novecento e arrivano fino al presente: rileggendo episodi come Hebron del 1929, e figure come Izz ad-Din al-Qassam (il cui nome è stato adottato dal braccio armato di Hamas) come tasselli di una memoria politica ancora attiva.
Più che una semplice biografia di un “sacerdote del terrore”, lo studio ambisce quindi a diventare una chiave interpretativa del presente. Denso, e certamente destinato al dibattito, il libro invita di fatto il lettore a interrogarsi sulle radici profonde dell’antisemitismo contemporaneo e sulle connessioni storiche tra Medio Oriente e totalitarismi europei: ovvero si pone come un necessario esercizio di verità storica per ristabilire il nesso tra l’oggi e il passato. Lo studio offre così un contributo indispensabile per chiunque voglia comprendere la complessità del presente andando oltre la nota propaganda. È una bussola necessaria per capire che l’antisemitismo contemporaneo ha radici profonde, coltivate tra le sponde del Mediterraneo e i palazzi dei totalitarismi europei. Un’opera che non cerca scorciatoie interpretative: imprescindibile, densa e documentata e che ha il merito di non fare sconti alla storia. Del resto, come ricordava Walter Benjamin, la memoria è il campo di battaglia del presente.