Il fango della Stampa: paragona Bibi a Putin e accusa Israele di occupazione
di Enrico Cerchione - 26 Maggio 2026 alle 11:37
Il paragone che una certa sinistra mediatica tenta ossessivamente è sempre lo stesso: Putin uguale Netanyahu. L’obiettivo è chiaro: chi già inorridisce per il dittatore russo deve compiere l’ultimo passo e diventare apertamente antisionista e anti-israeliano. Francesca Mannocchi, firma della Stampa, è da tempo appiattita su questa narrazione che dipinge la risposta israeliana al massacro del 7 ottobre come criminale o genocida.
Al Salone del Libro di Torino, pochi giorni fa, ha superato ogni limite: ha equiparato l’operazione israeliana nel sud del Libano all’occupazione russa in Ucraina, definendo la “zona cuscinetto” un semplice eufemismo per “occupazione manu militari”. Questa equiparazione è fuorviante. Israele sta operando nel sud del Libano in risposta diretta agli attacchi quotidiani di Hezbollah dal 8 ottobre 2023: oltre 10.000 razzi e centinaia di droni suicidi lanciati contro città e basi israeliane, con morti civili e militari dentro Israele. Hezbollah è un’organizzazione che ha nel suo statuto la distruzione di Israele e agisce come proxy dell’Iran.
A differenza della Russia, il cui obiettivo dichiarato è annettere territori (Donbass, Crimea, quattro regioni “annesse” nel 2022) e cambiare regime a Kiev, quello di Israele è creare una zona di sicurezza temporanea per tenere Hezbollah fuori portata di tiro di droni e razzi. Non esiste alcun piano di annessione permanente, ma solo “profondità strategica” difensiva, come confermato da Netanyahu, Gallant e dai comandi IDF. Del resto, Israele si ritirò unilateralmente dal Libano nel 2000 dopo 18 anni di presenza, dimostrando di non avere mire espansionistiche.
L’operazione non è un’invasione a freddo di uno Stato sovrano pacifico: è la fase attiva di una guerra iniziata da Hezbollah in solidarietà con Hamas dopo il 7 ottobre. L’obiettivo non è “conquistare il Libano”, ma neutralizzare la minaccia al confine (droni in fibra ottica, missili anticarro, ecc). Mannocchi ignora (o finge di ignorare) perché Israele ha bisogno di quella profondità territoriale. Sabato l’IDF ha annunciato la morte del sergente Noam Hamburger, 23 anni, ucciso venerdì da un drone esplosivo di Hezbollah lanciato dal Libano e detonato dentro il territorio israeliano. Non è un episodio isolato: Hezbollah invia regolarmente droni suicidi oltre confine, e se colpisce una base militare può colpire un kibbutz o un villaggio.
Il problema è tecnico e strategico, concetti semplici che i giornalisti non studiano. Hezbollah usa droni collegati con cavi in fibra ottica sottili come un filo interdentale, immuni al jamming radio israeliano. Volano bassissimi, i laser anti-drone non bastano. L’equilibrio tra attacco e difesa si sta spostando a favore del gruppo sciita. L’unica soluzione operativa è la “profondità territoriale”, ovvero tenere fisicamente il nemico lontano a una distanza di sicurezza dai civili israeliani. Da ottobre 2023 oltre 60.000 israeliani del nord sono sfollati da casa loro, ma di loro nessuno parla, nessuna pietà per gli ebrei “colonizzatori”, anche se vittime accertate.
Quindi la scelta di Israele non è una scelta ideologica: è sopravvivenza, come dal 1948, anzi come da sempre. Hezbollah non è il Libano ma la sua ala armata terroristica, proxy dell’Iran. Il governo libanese, che volentieri stringe la mano a Netanyahu, lo ha condannato, ha vietato le sue attività militari e sta lavorando (con scarso successo finora) al suo disarmo. Un sondaggio Gallup del dicembre 2025 è chiarissimo: il 79% dei libanesi vuole che solo l’esercito regolare detenga le armi. Cristiani e sunniti lo dicono a stragrande maggioranza. Molti libanesi, stanchi di pagare con la distruzione del loro Paese le guerre altrui, vorrebbero liberarsi di questa “parte” che ha preso in ostaggio il sud del Libano.
Tutto questo mentre la missione UNIFIL, presente da quasi cinquant’anni con il mandato di garantire la pace e il disarmo di Hezbollah ai sensi della Risoluzione 1701 dell’ONU, ha fallito completamente il suo compito, se non è stata addirittura compiacente, lasciando che il gruppo sciita trasformasse il sud del Libano in una roccaforte terroristica sotto gli occhi dei caschi blu.
Un Libano che, non va dimenticato, nacque come Paese a maggioranza cristiana. Il Patto Nazionale del 1943 garantiva il primato politico ai maroniti. La comunità ebraica libanese, antica e pacifica, è stata progressivamente cancellata dalla guerra civile, dalle violenze e dall’ascesa dei gruppi armati islamisti. Oggi ne restano poche decine di persone.
Mannocchi vede solo “occupazione”. Noi vediamo un Paese costretto a difendersi da un nemico che non riconosce il suo diritto a esistere e che continua a sparare droni e missili contro i suoi cittadini. La differenza tra aggressione espansionistica e difesa attiva esiste. Fingere che non ci sia significa scegliere da che parte stare, e per questo La Stampa anche questa volta non ci sorprende.