Altro che pace: l’Iran vuole estirpare “il cancro israeliano”, da sempre

di Marco Del Monte - 27 Maggio 2026 alle 14:49

Sulla “questione israelo-paestinese” sono corsi fiumi di inchiostro, specialmente dall’8 ottobre 2023, che ha segnato un ostacolo insormontabile tra l’Iran e Israele. Il problema è affrontato da tutti i lati, a seconda del punto di vista, ma il 7 ottobre è stato tracciato un confine difficilmente valicabile in un senso o nell’altro, perché i presupposti sono inconciliabili. Giorni fa ascoltavo uno dei tanti “giornali radio”, quando il cronista ha ripetuto le parole di un negoziatore iraniano circa il fatto che qualunque accordo si tenti deve partire dal presupposto che “il cancro israeliano” va estirpato dal corpo islamico. In quel momento ho capito che, se si parte da questa affermazione, la storia comincia ad essere comprensibile.

Partiamo, perciò, idealmente da uno dei tanti campi profughi aperto il 16 maggio 1948, in un giorno che il mondo arabo chiama Nakba (la disgrazia). Fino ad ora avevo capito che in quel giorno alcuni “arabi”, sobillati dai propri fratelli, avevano lasciato il territorio che l’ONU aveva assegnato agli ebrei, con la certezza di ritornarci subito. Egitto, Transgiordania (oggi Giordania), Siria, Libano e Iraq attaccarono Israele sicuri di risolvere la faccenda in pochi giorni; l’esito, come noto, fu un altro, e da quel momento è nata la “questione israelo-palestinese”, con una precisazione: gli Stati attaccanti non erano arabi, e i palestinesi non erano palestinesi. Sembra una precisazione oziosa, ma non lo è, perché la parola “arabo” definisce un’etnia e i Paesi “arabi” sono quelli stanziati nella penisola Arabica (Arabia Saudita e Yemen) e nella parte occidentale del Golfo Persico (Qatar, Emirati). Infatti l’ONU divise (male) la Palestina in due, assegnandone un parte agli ebrei e una parte ai musulmani.

Mentre i “palestinesi ebrei”, dopo aver vinto la prima guerra di indipendenza, si misero al lavoro e costruirono uno Stato dal nulla, i “palestinesi musulmani” iniziarono la loro epopea di “perenni profughi”. In questa veste dipendevano in tutto e per tutto dai “fratelli” e dall’ONU, che inventò un’Agenzia tutta per loro (l’UNRWA), incaricata di mantenerli fino a soluzione del problema, riconoscendo loro uno status che si trasmetteva di padre in figlio, cosicché i 700mila “profughi” di allora oggi sono 5 milioni.

Le differenze tra i vari Stati e i “profughi” erano e sono di tutti i tipi, ma su una cosa sono d’accordo: lo Stato d’Israele è un estraneo (o, come dicono gli iraniani, un cancro) che va estirpato. Con questa visione, i “palestinesi musulmani” vivono nutrendosi di questa missione, ogni loro insuccesso non lo giudicano una propria colpa, ma ne chiamano a responsabile lo Stato d’Israele, contro il quale si inventano di tutto. Questa popolazione, poi, non vive soltanto dei sussidi dell’UNRWA, ma anche dei cospicui finanziamenti offerti loro dagli altri Stati musulmani, tra cui spicca l’Iran che, dal 1979, anno in cui è passato sotto il dominio degli ayatollah, ha creato propri proxy dappertutto, occupando il Libano meridionale (con Hezbollah), Gaza (con Hamas), lo Yemen (con gli Houthi), l’Iraq e la Siria (con la jihad).

Tutto ciò si è complicato quando, nel 1974, l’egiziano Yasser Arafat, affiliato alla Fratellanza musulmana, fu espulso dal suo Paese e si rifugiò da suo zio (Gran Muftì di Gerusalemme). Arafat non scappò da solo, ma fu seguito da una moltitudine di egiziani estremisti, come lui, parte della quale si stabilì a Gaza. Tra questi immigrati Arafat scelse degli uomini con i quali formò i primi gruppi terroristici, che cominciarono a ricattare l’Occidente con i dirottamenti aerei. Nel 1979 Arafat fu il primo a volare dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, rientrato dalla Francia, dove viveva da nababbo dopo essere sfuggito allo Shà, per congratularsi con lui, per aver creato la Repubblica Islamica dell’Iran. Arafat non si limitò a questo, ma proclamò (per la prima volta) lo Stato di Palestina (intero) senza più Israele, avendo ricevuto dal suo mentore formale assicurazione per il perseguimento di questo obiettivo.

Per dipanare l’attuale matassa, quindi, bisogna partire da qui: lo Stato di Palestina proclamato da Arafat era uno, “dal fiume al mare”, e questo è scritto nell’atto costitutivo, firmato con Khomeini. Come si vede, i pro-Pal non hanno inventato niente: era già tutto scritto. Perciò è giusto chiedersi con chi e come si può fare la pace se non si rimuove questo “peccato originale”. 

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