Israele, il nemico eterno con il solito alibi: “Se tutti odiano gli ebrei, ci sarà un motivo”

di Marco Del Monte - 30 Maggio 2026 alle 08:21

È stato detto mille volte: dal 7 ottobre 2023 il mondo è tornato ad essere contro gli ebrei. Il più ingenuo fautore di questa deriva se la cava con una domanda retorica, con risposta ovvia: “Se tutti li odiano ci sarà pure un motivo”. Questo serve a lavare le coscienze di ogni persona che può aggregarsi al sentire comune, senza farsi ulteriori domande. L’antisemitismo ha ragioni lontane, ma nessuno si chiede quando abbia avuto inizio, anche perché (ed è il primo fattore da tenere presente) il popolo ebraico è il più antico della storia, la quale non ha testimoni in materia. Tutti gli altri popoli o sono estinti o sono nati dopo l’ebraismo; il che fa ritenere che l’antiebreismo sia nato col primo ebreo.

Le parole come “antisemitismo” e derivati connotano un fenomeno carsico, come un fiume che scompare nelle fessure delle rocce, dalle quali riemerge periodicamente ogni qual volta si verifichino condizioni al contorno particolari. Stando a quanto scrivono gli storici antichi, all’incirca nel 1400 a.Ch. il Faraone egiziano cacciò gli ebrei dalla terra di Goshen, dove abitavano da quasi 500 anni, per timore che si alleassero con i siriani che in quel momento stavano attraversando la terra di Canaan per muovere guerra all’Egitto. Gli ebrei erano una comunità piuttosto monolitica che si rifiutava di rendere omaggio al Faraone e, come tale, ritenuta una potenziale testa di ponte all’interno del Paese in guerra. Questo è il motivo (o forse la scusa) principale addotto per escludere gli ebrei dalla vita degli Stati. A nulla valgono le dimostrazioni di fedeltà ai Paesi presso i quali gli ebrei vivono, il fatto di viverci ben prima degli attuali occupanti non conta niente e, in questo, l’Italia è l’esempio più “vivo e più autentico”. È storicamente documentata la presenza degli ebrei nel Lazio, ben prima del 753 a.Ch. quando (secondo la leggenda) a Romolo venne in mente di fondare Roma.

Teniamo presente che, circa 300 anni prima, Saul diventava il primo re del Regno di Giuda e che 80 anni dopo il grande re Salomone aveva rapporti commerciali con tutti i Paesi conosciuti, compreso l’attuale Lazio, dove gli ebrei stabilirono una colonia sul litorale tra Ostia e Latina (attuali). Questo sta a dimostrare che molti ebrei lasciarono la Giudea ben prima che il babilonese Nabuccodonosor II distruggesse il primo Tempio di Gerusalemme. A quell’epoca era già stato distrutto il secondo regno ebraico (il regno di Israele) e il regno di Giuda era considerato un fedele vassallo dell’Impero babilonese. Quando il re Matanià tradì Nabuccodonosor per allearsi con l’Egitto, cominciò la diffidenza dei potenti re della regione nei confronti del popolo ebraico e ne conseguì la prima diaspora. Quel tradimento si attaccò all’immagine ebraica fornendo linfa e motivazioni ai suoi primi veri nemici, rendendo la vita degli ebrei difficile in ogni contesto, perché il popolo ebraico venne considerato sempre un potenziale nemico interno, in particolare dalle realtà occidentali, nelle quali si è instaurato pure un “conflitto” permanente a causa dell’accusa di “deicidio”, con la quale il mondo cristiano ha etichettato gli ebrei per due millenni.

Nei Paesi dell’est Europa, gli ebrei sono sempre stati perseguitati con l’accusa di essere antiregime, mentre in Occidente sono sempre stati accusati di detenere il potere e le ricchezze, il che li ha resi sempre invisi e “perseguitabili”, perché sono sempre stati una minoranza. Quello che ha fatto la Germania nazista viene ora ribaltato perché gli ebrei di Israele vengono accusati di genocidio nei confronti del popolo palestinese, popolo che non esiste, pur avendo il simbolo della bandiera che oggi viene sventolata in ogni circostanza, quasi in sostituzione delle bandiere nazionali. L’errore che l’Occidente fa in questo momento è quello di considerare un popolo, che non ha una connotazione, vittima di genocidioDurante la Seconda guerra mondiale, non c’era nessun Paese che aiutasse gli ebrei “gratis”, e la stessa Inghilterra – a fronte della famosa “dichiarazione Balfour” che riconosceva il diritto degli ebrei ad avere un “focolare” – la rilasciò solo dopo che Chaim Weizmann le cedette il brevetto dell’acetone con il quale era possibile produrre la “cordite” propellente stabile per le munizioni.

Questo è il quadro generale che ha portato all’attuale situazione che, ridotta al minimo, ci mostra lo Stato d’Israele, creato subito dopo la risoluzione ONU n° 181, una serie di campi profughi nei quali sono stipati quasi tre milioni di musulmani, nati dai 700mila che abbandonarono le loro dimore nel 1948, una entità territoriale indefinita che occupa parte della Cisgiordania e (unica entità riconoscibile per delimitazione territoriale e per popolazione residente) cioè la Striscia di GazaDal 1974, anno in cui Arafat, unilateralmente, proclamò lo stato di Palestina “dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo)”, esiste poi una bandiera, cui è stato aggiunto il triangolo rosso, che è diventato la rappresentazione di un’idea che tenderebbe a “finire il lavoro” di Hitler e del suo alleato Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme e zio di Yasser Arafat. Oltre la bandiera e la proclamazione (in contrasto con la risoluzione ONU), Arafat dette vita ai “feddayn”, primo nucleo delle miriadi di terroristi che, brandendo la bandiera e non potendo battere Israele, sono venuti a portare scompiglio e guerra in Europa.

Il nemico è sempre l’ebreo, e oggi – passato il messaggio del “popolo ebraico genocida” – questa guerra si è trasferita in Occidente, dove le menti più labili non si pongono problemi e, convinti che gli ebrei qualche cosa hanno fatto per essere così odiati, sventolano la bandiera di un popolo che non c’è e che se deve rispondere ai requisiti indicati dal suo fondatore Arafat non ci sarà mai.

Il grande archivio di Israele

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