Sari Fishman: una madre israeliana, due figli nell’esercito e la scelta di trasformare la paura in creatività
di David Gerbi - 3 Giugno 2026 alle 08:23
Mi accorgo subito che non è una persona interessata alle polemiche della politica quotidiana. È interessata agli esseri umani, agli incontri, alle storie. Vive il presente con una naturalezza rara. Non è un caso che sia una studiosa appassionata di Eckhart Tolle e del suo celebre libro “The Power of Now”. In lei non percepisco una teoria. Percepisco una pratica vissuta. Ho la sensazione di trovarmi davanti a una persona profondamente allineata. Come se le diverse dimensioni della sua vita — madre, artista, ricercatrice, donna ebrea e cittadina israeliana — fossero riuscite a dialogare tra loro senza entrare in conflitto. A un certo punto noto il simbolo che porta al collo. Quando me lo mostra, capisco immediatamente che non si tratta di un semplice gioiello. È un simbolo che la lega ai suoi due figli, che prestano servizio nell’esercito israeliano. Lo mostra con orgoglio. Non con orgoglio militare, ma con il sentimento profondo di chi si riconosce parte di una storia collettiva. In quel gesto semplice colgo qualcosa che va oltre la dimensione personale: il legame tra una madre, i suoi figli e un Paese.
La conversazione si sposta naturalmente sul tema della maternità in Israele. Per chi vive fuori da Israele è difficile comprendere fino in fondo che cosa significhi crescere un figlio sapendo che, al compimento dei diciotto anni, entrerà nell’esercito. Non si tratta di una paura astratta. È una possibilità reale che accompagna la vita di intere generazioni. Molte madri israeliane convivono fin dalla nascita dei figli con una domanda silenziosa che raramente viene espressa ad alta voce: e se un giorno toccasse al mio? È una paura che attraversa la società israeliana da quando è nato lo Stato. Conosco una giovane soldatessa il cui incarico consiste nel bussare alle porte delle famiglie per comunicare la morte di un figlio caduto in servizio. Il solo fatto che esista un ruolo del genere dice molto della realtà in cui vivono tante famiglie. È una presenza silenziosa che accompagna la quotidianità.
Eppure ciò che mi colpisce di Sari è che non parla di questa realtà con amarezza o disperazione. La riconosce. La guarda negli occhi. Ma non le permette di governare la sua vita. Mi racconta che la guerra con l’Iran la colse fuori da Israele. Mentre il Paese viveva giorni di grande tensione e di guerra, il suo primo desiderio fu tornare a casa. Molti si interrogavano sul da farsi. Lei no. Voleva tornare. Non ha scelto di allontanarsi da Israele. Ha scelto di stare dentro la sua storia, dentro il suo popolo, dentro la propria realtà. Mi colpisce molto questo aspetto. Perché in un’epoca in cui spesso si cerca la sicurezza allontanandosi dal pericolo, lei ha scelto la presenza. Ha scelto di esserci.
Durante la nostra conversazione emerge un tema che continua a tornarmi alla mente: la figura di Sara e di Isacco. Nella tradizione ebraica il racconto della Akedà, il legamento di Isacco, rappresenta una delle prove più profonde della fede. Alla fine Isacco non viene sacrificato. Ma il racconto lascia una traccia profonda nell’immaginario del popolo ebraico. Secondo alcuni commentatori, Sara viene a sapere che Abramo è partito con Isacco e che il figlio potrebbe essere sacrificato. Lo spavento è così grande da accompagnarla verso la morte. Al di là delle interpretazioni, ciò che conta è la forza simbolica di questa immagine. La madre che teme per il figlio. La madre che vive l’incertezza. La madre che non controlla il destino. Ascoltando Sari ho avuto l’impressione che, in forme diverse, questa esperienza continui ad abitare il cuore di molte madri israeliane. Come se la storia biblica continuasse a risuonare nella vita contemporanea.
Eppure la risposta di Sari non è la paura. La sua risposta è la creazione. Anziché lasciare che l’angoscia occupi tutto lo spazio della sua esistenza, ha deciso di trasformarla. Scrive. Dipinge. Crea. Danza. Coltiva il proprio corpo attraverso il movimento e lo sport. Genera continuamente nuovi progetti. Non per negare la realtà. Non per fingere che il pericolo non esista. Ma per evitare che il pericolo diventi il centro della propria vita. È qui che il suo lavoro artistico assume un significato particolare. Le sue opere intrecciano poesia e arte visiva in un dialogo continuo tra parole e immagini. Sfogliare un suo libro significa attraversare due linguaggi contemporaneamente. Da una parte il colore, il segno, la pittura; dall’altra il verso poetico. Ogni pagina sembra dialogare con quella successiva. I suoi libri, originariamente scritti in ebraico, hanno attraversato lingue e culture. Oggi sono tradotti in inglese, portoghese, giapponese, italiano e in altre lingue. Le sue opere vengono esposte in musei, gallerie e biennali internazionali. Nelle sue creazioni è presente anche una dimensione sensuale ed erotica. Non come provocazione. Piuttosto come celebrazione della vita. Come se ogni immagine e ogni parola ripetessero l’antico insegnamento del Deuteronomio: «Ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita».
Ascoltandola, mi è tornato alla mente il linguaggio dell’alchimia tanto caro a Carl Gustav Jung. Gli alchimisti cercavano di trasformare il metallo grezzo in oro. Per Jung questa trasformazione rappresentava soprattutto un processo interiore. La nigredo, l’oscurità iniziale. L’albedo, la chiarificazione. La rubedo, il compimento dell’opera. In qualche modo Sari mi è apparsa come un’alchimista contemporanea. Prende il timore più profondo che una madre possa conoscere e lo trasforma in bellezza. Prende la paura e la converte in parole, immagini e colori. Ciò che potrebbe diventare paralisi diventa movimento. Ciò che potrebbe diventare disperazione diventa creatività. Ed è forse proprio per questo che i suoi libri colpiscono così profondamente. Perché non nascono da un esercizio intellettuale. Nascono da una trasformazione reale. Sono il risultato di un lavoro interiore che riesce a convertire il dolore possibile in una forma di vita condivisibile.
Quando ho lasciato Sari quel pomeriggio a Tel Aviv, non portavo con me soltanto il ricordo di un incontro piacevole. Portavo con me una domanda. Che cosa facciamo noi esseri umani con le nostre paure più profonde? Possiamo lasciare che ci paralizzino. Possiamo passare la vita ad aspettare la catastrofe. Oppure possiamo fare ciò che Sari sembra fare ogni giorno: trasformarle. Nella tradizione ebraica, Isacco non viene sacrificato. La vita prevale sulla morte. Forse è proprio questo il messaggio che attraversa le sue opere. La paura esiste. Il pericolo esiste. Il dolore esiste. Ma esiste anche la possibilità di creare. Di scrivere. Di amare. Di danzare. Di generare bellezza. In una terra che conosce da vicino la fragilità della vita, Sari Fishman ha scelto di non vivere nell’attesa della perdita. Ha scelto la vita. E forse è proprio per questo che i suoi libri, le sue immagini e le sue parole riescono a parlare a persone di culture e lingue diverse. Perché raccontano qualcosa che riguarda tutti noi: la possibilità di trasformare la paura in creatività e il dolore in significato.