Mamdani ignora le vittime del fondamentalismo islamico e abbandona gli ebrei
di Enrico Cerchione - 4 Giugno 2026 alle 08:23
New York è forse la città più progressista degli Stati Uniti, con il nuovo sindaco Zohran Mamdani che si definisce democratico e socialista, è anche il primo musulmano a guidare la Grande Mela dal gennaio 2026. Un simbolo, per molti, di inclusione e multiculturalismo. Mamdani è il tipico prodotto di una famiglia altoborghese americana, di immigrati perfettamente inseriti e remunerati, che sfoggia sentimenti anti-occidentali pseudo-marxisti senza mai lasciare il Paese più capitalista del mondo. Il padre musulmano, Mahmood Mamdani, è professore e studioso postcolonialista di fama mondiale: insegna antropologia, studi africani e (guarda caso) colonialismo alla Columbia University di New York. Sicuramente non il colonialismo arabo-musulmano (tra i più duraturi, feroci, espansivi e culturalmente trasformativi della storia, con un commercio di schiavi che ha superato per longevità quello transatlantico) ma quello occidentale, che però ha anche inventato la sua stessa critica, esportando i princìpi di democrazia, diritti umani e autodeterminazione che hanno finito per smantellarlo. Ma questo non si dice. La madre invece è una regista e produttrice cinematografica, famosa e candidata agli Oscar, che ha studiato in un’altra università altamente politicizzata, cioè Harvard.
Il 31 maggio, per la prima volta in 61 anni, il sindaco in carica non ha marciato al fianco della comunità ebraica della Israel Day Parade, la parata annuale più grande al mondo in sostegno di Israele, un simbolo potente di solidarietà con il minuscolo stato del Medio Oriente e l’affermazione dell’identità ebraica nella diaspora. Mamdani ha difeso questo gesto simbolico con le parole di sempre, specificando che le sue posizioni sul governo israeliano sono chiare, facendo finta, da buon imbonitore, di non capire la differenza tra sostegno a uno Stato e quello al suo governo. Nel frattempo, la sua commissaria di polizia Jessica Tisch (ebrea) ha fatto da gran maresciallo della parata, con una presenza NYPD record per garantire la sicurezza. Protezione come individui, sì, ma niente marcia insieme come popolo. Esattamente il patto francese del 1789 che Zvika Klein ha smascherato sul Jerusalem Post: “Tutto agli ebrei come individui, niente come nazione”. Un accordo di 234 anni fa che torna d’attualità nella New York di oggi.
Sotto il nuovo sindaco, nel primo trimestre del 2026, secondo i dati NYPD, il 55% dei hate crimes confermati in città (78 su 143) era antisemita. Gli ebrei rappresentano circa il 10-12% della popolazione newyorchese, eppure sono la stragrande maggioranza delle vittime di crimini d’odio. Un aumento esponenziale post-7 ottobre 2023, con picchi del +182% già a gennaio. La minoranza che, storicamente, ha subìto il razzismo più sistematico e letale del Novecento, oggi viene lasciata sola dal primo cittadino della città più “woke” d’America. Alle posizioni del sindaco si accoda sua moglie, Rama Duwaji (artista siriano-americana di 28-29 anni), reduce da una valanga di critiche per i suoi “like” sui social dopo il massacro del 7 ottobre: post che celebravano l’attacco di Hamas come atto di “resistenza” o “liberazione collettiva”, o che definivano “hoax” (bufale, proprio così) le violenze sessuali documentate. Duwaji ha chiesto scusa per alcuni post adolescenziali (insulti ed epiteti omofobi e razzisti), ma il silenzio su quei like del 2023 resta vergognoso. Il sindaco l’ha difesa senza ritegno come “cittadina privata”, eppure è la First Lady di New York.
Mamdani da progressista socialista ha però partecipato, con fierezza, a decine di iftar (le cene con cui i musulmani rompono il digiuno al tramonto durante il Ramadan) e alle celebrazioni di Eid al-Adha, dove la preghiera comunitaria prevede (toh!) segregazione di genere (uomini davanti, donne separate). All’evento di Eid, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, la scampata vicepresidente, si è presentata con il velo, in un gesto di “solidarietà” che fa inorridire pesantemente pensando alle donne iraniane uccise o imprigionate proprio per aver rifiutato l’hijab obbligatorio.
La sinistra progressista che si accuccia sul tappeto verso la Mecca, mentre ignora le vittime del fondamentalismo islamico e abbandona gli ebrei (le vittime storiche del razzismo europeo e mediorientale) al loro destino. È questo il nuovo schieramento culturale e l’antisemitismo dei progressisti d’Occidente? Non quello delle svastiche di estrema destra, ma quello soft, culturale, travestito da “antisionismo” e “giustizia sociale”. La sinistra che un tempo difendeva i diritti universali, l’universalismo illuminista e la laicità ora sceglie per bene le identità: quella musulmana va celebrata (anche quando segrega e impone il velo), quella ebraica va ridotta a “privata”, purché non si colleghi a Israele. Uno scempio dei valori che hanno reso grande la sinistra, ovvero l’uguaglianza senza aggettivi e la difesa delle minoranze senza gerarchie di sofferenza.
Mamdani non è un caso isolato. È il sintomo di un Occidente che, per non essere accusato di islamofobia, finisce per abbracciare un antisemitismo di ritorno. New York è la città degli ebrei più grande fuori Israele, meriterebbe di meglio. E la debole sinistra europea, che guarda a questi modelli con ammirazione, dovrebbe farsi una domanda: fino a che punto siamo disposti a sacrificare i nostri princìpi sull’altare del politically correct e per calcoli elettorali?