Brit Milà e anniversario della morte: nascita e memoria in una sinagoga italiana di Tel Aviv

di David Gerbi - 5 Giugno 2026 alle 08:19

Domenica sera, mentre tornavo verso il mio albergo lungo Rehov Dizengoff, dopo aver accompagnato alla fermata dell’autobus una signora e sua figlia che conosco molto bene, ho incontrato per caso Asher, il figlio umile, generoso e solare di quelli che per me sono sempre stati zia Mirella e zio Hasu z.l. Mi ha fermato con affetto e mi ha detto che mi stava cercando proprio in quel momento. Voleva invitarmi alla Brit Milà del nipote, che si sarebbe svolta il giorno successivo nella sinagoga italiana di Tel Aviv. Si trattava del Brit mila del figlio di Sharon e Daniel Colombo. Sono rimasto sorpreso e felice. Quell’invito ha fatto riaffiorare immediatamente molti ricordi. Zia Mirella era la migliore amica di mia madre. Le due donne si sentivano più volte al giorno, si confidavano tutto, si consigliavano su ogni aspetto della vita e passavano molto tempo insieme cercando di aiutare chiunque ne avesse bisogno, sia con buoni consigli che con buone azioni, sempre leshem shamayim, in modo disinteressato e per amore della mitzvà. Erano legate da un affetto profondo, quasi fossero sorelle. Anche oggi, quando penso a lei, mi vengono in mente la sua dolcezza, il suo sorriso e la capacità di accogliere chiunque con amore.

Il giorno seguente ho raggiunto la sinagoga. Appena arrivato mi sono reso conto che stavano accadendo contemporaneamente due eventi molto diversi tra loro. Al piano inferiore si celebrava la Brit Milà di un bambino appena nato. Al piano superiore si commemorava l’anniversario della scomparsa di David Dido Sufir z.l., una persona che conoscevo fin dall’infanzia. Due momenti apparentemente opposti. La nascita e la memoria. L’inizio e la fine. La gioia dell’arrivo di una nuova vita e il ricordo di chi aveva concluso il proprio cammino terreno. Nella sala della Brit Milà si respirava un’atmosfera straordinaria. Il nonno del bambino, Moshe, accoglieva gli ospiti con semplicità e calore, distribuendo benedizioni e parole affettuose. Sua moglie Liliana, con la stessa naturalezza, si prendeva cura di tutti. Mi ha colpito l’assenza di qualsiasi formalismo. Non c’erano ostentazione o protagonismi. C’era soltanto una grande quantità di amore. Tra i presenti ho riconosciuto subito Daniela, la zia del bambino appena nato, figlia di zia Mirella. L’ho salutata con affetto insieme a suo marito David Molaiem. Rivederla mi ha riportato indietro di molti anni. Ricordo Daniela da bambina. Dopo la scuola ebraica veniva spesso a casa nostra, dove passava interi pomeriggi con mia madre. Più tardi arrivava anche zia Mirella e le due amiche trascorrevano ore insieme, parlando, consigliandosi e cercando sempre il modo di aiutare qualcuno. Erano legate da un affetto raro, fatto di amicizia sincera, generosità e dedizione agli altri.

Osservando Daniela diventata ormai nonna, con lo stesso sorriso dolce e la stessa serenità che ricordavo da sempre, ho avuto la sensazione di vedere una continuità che attraversava le generazioni. Ho pensato anche a suo padre, zio Hasu z.l., una delle persone più religiose e umili che abbia mai conosciuto. Non cercava mai di mettersi in mostra. Amava incontrare le persone, parlare di Torah, condividere un insegnamento, una riflessione, una parola di incoraggiamento. La sua saggezza era sempre accompagnata da una straordinaria dolcezza umana. Guardando quella famiglia riunita attorno a un nuovo nato, mi è sembrato che qualcosa di lui fosse ancora presente. Non soltanto nei ricordi, ma nei valori trasmessi ai figli e ai nipoti, nella fede, nell’accoglienza e nella semplicità che continuavano a caratterizzare tutta la famiglia. Guardavo i giovani genitori, i nonni, i parenti, gli amici arrivati da lontano e pensavo a quanto fosse forte la scelta di tante famiglie che, decenni fa, avevano lasciato l’Italia per costruire la propria vita in Israele. Davanti ai miei occhi vedevo il risultato di quella scelta. Figli. Nipoti. Nuove generazioni. Una vita che continuava a crescere.

Salendo al piano superiore, l’atmosfera era diversa ma non meno intensa. Lì ho incontrato la moglie di David Dido Sufir z.l., che da bambino avevo sempre chiamato zia Giulia, come si usava fare nelle nostre comunità, dove tutti gli adulti erano zii e zie. Zia Giulia e il marito che erano stati tra i primi ad aprire i negozi di bigiotteria, dopo la lunga sofferenza che ha causato la perdita di tutti i beni e nonostante tutto con molta onestà, disciplina osservanza delle mitzwot e amore poi il prossimo sono riusciti ad aiutare tanta gente. E io sono uno tra quelli che andava a comprare da loro alla bigiotteria per poi venderla ai turisti. Conservo un ricordo molto dolce e caldo di come veniva colto come se fossi un loro figlio. Questi ricordi restano nel cuore. L’ho salutata con affetto e sono riaffiorati tanti bei ricordi lontani, quando da ragazzo acquistavo da lei piccoli oggetti che poi rivendevo. Ricordi semplici, ma pieni di vita. Anche lì ho trovato figli, nipoti, fratelli, sorelle e amici riuniti insieme. Non per piangere. Per ricordare. Per testimoniare che l’amore continua oltre il tempo.

Uno dei momenti che mi ha colpito di più è stato il racconto di Debora. Mi ha spiegato che lei e le sue sorelle leggono regolarmente il Libro dei Salmi e che, proprio durante il periodo dell’anniversario del padre, aveva percepito una sorta di vento caldo attraversarle il corpo mentre pregava. Non parlava di qualcosa di spettacolare. Parlava di una certezza interiore. Di una presenza. Mentre la ascoltavo, ho sentito un brivido. Ho pensato alla parola ebraica ruach, che significa contemporaneamente vento e spirito. Mi è venuto spontaneo riflettere su quanto, nella tradizione ebraica, il confine tra il mondo visibile e quello invisibile sia più sottile di quanto immaginiamo. Forse non vediamo più chi abbiamo amato, ma in alcuni momenti sentiamo che qualcosa continua a essere presente.

Quando la commemorazione si è conclusa e le persone hanno iniziato a salutarsi, sono uscito dalla sinagoga insieme a mio cugino Mino Meghnagi. Abbiamo deciso di fare una passeggiata sul lungomare di Tel Aviv. Mino è una delle persone che più hanno contribuito alla vita della comunità degli ebrei di Libia in Israele. Nel corso degli anni ha aiutato innumerevoli famiglie a fare l’Aliyah, a inserirsi nella nuova realtà israeliana e a superare momenti difficili. Lo ha sempre fatto con discrezione, senza cercare riconoscimenti, guidato da un profondo senso di responsabilità verso gli altri. Ha ottant’anni, ma ne dimostra molti meno. È uno sportivo, una persona energica e curiosa, conosciuta da tutti per la sua integrità e la sua onestà. Durante la passeggiata mi ha raccontato una cosa che mi ha colpito profondamente. Mi ha detto che, in ogni fase della sua vita, il punto di riferimento più importante erano stati gli insegnamenti ricevuti da sua madre. Non importava quante persone importanti avesse incontrato, né quanti incarichi o responsabilità avesse avuto. Ciò che continuava a guidarlo erano quei valori semplici ricevuti in famiglia: l’amore per il prossimo, la capacità di aiutare gli altri, la prudenza di evitare situazioni inutilmente pericolose e il desiderio di vivere secondo il principio ebraico di «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mentre lo ascoltavo, mi sono reso conto che anche quella conversazione parlava dello stesso tema che aveva attraversato tutta la giornata: la trasmissione tra le generazioni. Una madre che continua a vivere attraverso gli insegnamenti trasmessi al figlio. Un figlio che, a sua volta, cerca di trasmetterli agli altri.

Alla fine del pomeriggio mi sono conto di aver assistito, nello stesso edificio, a tre momenti fondamentali dell’esistenza ebraica. La nascita. Il matrimonio, celebrato da amici arrivati in Israele per uno Shabbat Hatan. La memoria dei propri cari. Tre momenti diversi ma uniti da un unico filo. La continuità della vita. Mentre lasciavo la sinagoga, pensavo che forse il significato più profondo di quella giornata fosse proprio questo. Al piano inferiore si celebrava una nuova vita che iniziava il suo cammino. Al piano superiore si ricordava una vita che aveva lasciato un’eredità di amore, valori e memoria. Tra i due piani c’eravamo noi. Figli, nipoti, amici e parenti. Custodi di ciò che abbiamo ricevuto e responsabili di ciò che trasmetteremo. In quel momento ho percepito con chiarezza qualcosa che spesso dimentichiamo. La vita continua. Continua attraverso i figli. Continua attraverso la memoria. Continua attraverso i racconti. Continua attraverso l’amore. E forse è proprio questo il significato più profondo della tradizione ebraica: ricordare chi ci ha preceduto mentre accompagniamo chi verrà dopo di noi.

Il grande archivio di Israele

Abbonamenti de Il Riformista

In partnership esclusiva tra il Riformista e JNS

ABBONATI
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x