Uno studio condotto in Israele individua un nuovo potenziale obiettivo terapeutico contro il tumore della prostata
3 Giugno 2026 alle 21:14

Ricercatori guidati da scienziati israeliani hanno identificato un meccanismo finora poco considerato che potrebbe spiegare perché molti tumori della prostata smettono di rispondere alla terapia ormonale standard, aprendo potenzialmente la strada a nuove strategie terapeutiche.
Lo studio, guidato dal professor Yosef Yarden del Weizmann Institute of Science, si concentra su un’alterazione genetica nota come fusione genica (gene fusion), nella quale due geni distinti si uniscono in modo anomalo formando un unico gene ibrido. Questa mutazione è presente in circa la metà di tutti i casi di tumore della prostata.
Il cancro alla prostata è uno dei tumori più frequentemente diagnosticati negli uomini a livello mondiale, con circa 1,4 milioni di nuovi casi ogni anno. Il trattamento prevede generalmente la riduzione o il blocco degli ormoni maschili, come il testosterone, spesso in combinazione con chirurgia, radioterapia o chemioterapia, a seconda dello stadio della malattia.
Sebbene la terapia ormonale sia inizialmente efficace nella maggior parte dei casi, molti tumori finiscono per adattarsi e continuano a crescere nonostante il trattamento.
I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica peer-reviewed EMBO Molecular Medicine, suggeriscono che i tumori portatori della fusione genica possano aggirare la loro dipendenza dagli ormoni maschili attivando una via alternativa di crescita guidata dal cortisolo, il principale ormone dello stress dell’organismo.
I ricercatori hanno scoperto che, quando i livelli di androgeni vengono ridotti dalla terapia, i tumori con questa fusione genica possono attivare geni che favoriscono il cancro attraverso i recettori del cortisolo, passando di fatto a un diverso meccanismo biologico per sopravvivere e proliferare.
Il team afferma che è la prima volta che viene dimostrato un chiaro collegamento molecolare tra la fusione genica e la resistenza alla terapia ormonale.
I risultati indicano che, in questo sottogruppo di tumori, bloccare soltanto la segnalazione degli androgeni potrebbe non essere sufficiente, poiché le cellule tumorali possono spostarsi verso una via di crescita dipendente dal cortisolo. I ricercatori ritengono che questo rappresenti un bersaglio molecolare specifico che potrebbe essere bloccato insieme alla terapia ormonale standard.
Risultati promettenti nei topi
Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno utilizzato un modello murino di tumore prostatico umano e hanno testato una terapia combinata in grado di bloccare sia la segnalazione degli androgeni sia l’attività dei recettori del cortisolo.
Questo approccio combinato ha ridotto la crescita del tumore e aumentato la sopravvivenza degli animali, suggerendo una possibile strategia terapeutica che merita ulteriori valutazioni cliniche.
Lo studio solleva inoltre interrogativi sull’uso di farmaci a base di steroidi nel trattamento del tumore prostatico avanzato. Poiché gli steroidi possono attivare i recettori del cortisolo, i ricercatori ritengono che possano involontariamente favorire la crescita del tumore nei pazienti portatori della fusione genica.
«È inoltre importante prestare attenzione alla somministrazione di steroidi a questi pazienti, poiché attivano il recettore del cortisolo e potrebbero favorire il cancro», ha dichiarato Yarden.
I risultati indicano una possibile evoluzione delle strategie terapeutiche per i pazienti che presentano questa mutazione. Invece di fare affidamento esclusivamente sulla soppressione degli androgeni, le terapie future potrebbero combinare il trattamento ormonale standard con farmaci che inibiscono la segnalazione del recettore del cortisolo.
Poiché la fusione genica è presente in circa il 50% dei casi di tumore della prostata, i ricercatori ritengono che in futuro i pazienti potrebbero essere sottoposti a screening per identificare quelli maggiormente a rischio di sviluppare resistenza alle cure, favorendo così trattamenti più personalizzati.
I ricercatori hanno inoltre sottolineato che esistono già farmaci in grado di bloccare i recettori del cortisolo e che potrebbero essere riutilizzati per questo scopo.
«Un farmaco che blocca il recettore del cortisolo, e che nel nostro studio sui topi ha mostrato risultati promettenti, è stato approvato il mese scorso dalla FDA per il trattamento delle pazienti con tumore ovarico. Spero che questo successo possa essere replicato anche nel tumore della prostata», ha concluso Yarden.