Il tradimento storico di Trump: sacrifica Israele e dà ossigeno all’Iran

di Enrico Cerchione - 15 Giugno 2026 alle 10:10

Donald Trump ha annunciato su Truth Social che “il Deal con la Repubblica Islamica dell’Iran è now complete”. Con toni enfatici ha autorizzato l’apertura “toll-free” dello Stretto di Hormuz e la rimozione immediata del blocco navale. Per i mercati energetici globali è un sollievo: il 20% del petrolio e del gas liquefatto mondiale potrà riprendere a transitare senza ostacoli. Ma dietro la retorica trionfalistica si nasconde una verità scomoda, perché l’accordo non smantella la minaccia iraniana: la finanzia. Teheran otterrà entrate petrolifere fresche e un parziale allentamento della pressione economica senza essere costretta a distruggere le sue scorte di uranio arricchito né a smantellare la rete di proxy terroristici che ha armato e diretto contro Israele. È un premio all’aggressore, non una soluzione.

L’accordo prevede la fine immediata delle ostilità, un cessate il fuoco di 60 giorni estendibile, la riapertura dello Stretto e l’avvio di negoziati sul nucleare iraniano. L’Iran, quindi, ottiene ossigeno economico. Israele, che pure è stato consultato in alcune fasi, non riceve garanzie concrete per la propria sopravvivenza. Anzi: il piccolo Stato ebraico viene di fatto trattato come vittima collaterale sacrificabile sull’altare del “benessere globale”. I Paesi che siedono al tavolo delle trattative (Pakistan, Qatar, Turchia e Arabia Saudita) sono per lo più regimi autocratici che non hanno mai condannato con la necessaria chiarezza il massacro del 7 ottobre. Il Qatar ospita da anni la leadership politica di Hamas; la Turchia ha fornito rifugio e copertura diplomatica a elementi jihadisti; l’Iran stesso, parte in causa, resta il mandante principale degli attacchi contro Israele. Chiedere a questi attori di garantire la “pace” significa affidare la sicurezza di una vittima ai suoi aggressori e ai loro complici silenziosi.

L’accordo non contiene una sola parola di condanna esplicita per il sostegno iraniano ad Hamas né per il pogrom del 7 ottobre. Si riapre lo Stretto e si toglie il blocco navale, ma non si pretende nemmeno il riconoscimento formale di quel massacro. È come firmare un armistizio ignorando deliberatamente il crimine che ha scatenato la guerra. Ogni barile di petrolio che tornerà a transitare attraverso lo Stretto di Hormuz da oggi in poi potrà finanziare missili, droni e attentatori. L’Occidente ha scelto di abbassare il prezzo della benzina a casa propria accettando che parte di quei proventi torni a finanziare la macchina di guerra iraniana. Per un cinico calcolo, la sicurezza di Israele vale meno del timore di una crisi energetica. Israele, l’unico Paese democratico della regione e l’unico che ha subìto un attacco di natura genocidaria, viene di fatto estromesso dalle decisioni che riguardano la sua stessa sopravvivenza. Sembra il ritorno del vecchio schema in cui gli ebrei possono combattere e morire, ma non devono disturbare gli interessi superiori dell’Occidente e dei suoi partner arabi “moderati”.

Chiamarlo “pace” o “accordo definitivo” è una mistificazione. Si tratta di una tregua tattica di 60 giorni, estendibile, che lascia intatta la capacità dell’Iran di minacciare Israele con il nucleare e con le sue milizie proxy. La storia insegna che le pause con regimi ideologicamente genocidari servono quasi sempre solo a riorganizzarsi e a colpire più duramente in seguito.

La macchina della propaganda anti-israeliana ha fatto il resto. Hamas e l’Iran hanno dimostrato di essere maestri della narrazione con accuse di “genocidio” ripetute fino alla nausea anche quando i fatti le smentiscono, con immagini selezionate (e premiate con Pulitzer) e creando un vittimismo invertito. Questa propaganda ha trovato terreno fertile in gran parte del mondo musulmano, dove pulsioni antisemite sono radicate culturalmente e religiosamente da secoli, e ha conquistato ampi settori della sinistra progressista occidentale che per ideologia è sempre stata connivente. Il risultato è che l’esistenza di Israele è diventata “indigesta”. In questo clima, un accordo che riapre Hormuz e dà ossigeno all’Iran (anche a costo di indebolire ulteriormente la posizione di sicurezza di Israele) viene accolto con sollievo generale.

Da tremila anni gli ebrei vengono lasciati a se stessi. Espulsi, massacrati, perseguitati in ogni angolo del mondo, hanno dovuto contare solo sulle proprie forze. Dal 1948, anno della rinascita dello Stato di Israele, questa solitudine si è trasformata in una guerra di sopravvivenza quasi ininterrotta: 1948, 1956, 1967, 1973, le intifade, i razzi di Hamas ed Hezbollah, il 7 ottobre e il conflitto successivo. Ogni volta Israele ha combattuto per non essere cancellato. E ogni volta i suoi cosiddetti “amici”, quando hanno potuto, si sono sfilati, hanno fatto pressioni, hanno condannato le sue reazioni difensive più delle aggressioni subite, hanno anteposto il quieto vivere diplomatico o gli interessi economici alla solidarietà concreta.

L’accordo su Hormuz conferma un dato di fatto: l’antisemitismo (o la sua versione più accettabile, cioè l’indifferenza alla dimensione di pericolo costante in cui vive Israele in quanto minoranza ebraica storicamente sacrificabile) continua a regolare le relazioni internazionali. I dollari e il timore di una crisi economica pesano più dei princìpi. La paura che il petrolio resti bloccato conta più delle vite degli ebrei. Questi Paesi non nascondono la loro ostilità di fondo allo Stato ebraico, e molti di loro non hanno mai riconosciuto Israele o lo riconoscono solo a denti stretti. L’Occidente, che pure dovrebbe essere il principale alleato per valori condivisi, spesso preferisce il compromesso che libera il petrolio piuttosto che la difesa intransigente di un alleato democratico in una regione ostile.

Israele non chiede la compassione del mondo ma solo di poter esistere senza essere costretto ogni generazione a combattere per la propria sopravvivenza. Invece viene trattato come una pedina sacrificabile: si riapre lo Stretto, si dà ossigeno all’Iran, si rinviano i nodi più spinosi, e il piccolo Stato ebraico resta solo ad affrontare le conseguenze. Prendiamone atto. E vergogniamoci. Perché tre millenni di storia e ottant’anni di guerre di sopravvivenza dovrebbero aver insegnato che abbandonare Israele significa tradire non solo un popolo, ma il principio stesso che nessuna nazione (tantomeno una nata dalle ceneri della Shoah) debba essere lasciata sola di fronte a chi vuole cancellarla. E Israele, ancora una volta, resterà solo a combattere.

Il grande archivio di Israele

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