“Chutzpah”: l’audacia degli israeliani che crea legami e progresso
di David Gerbi - 18 Giugno 2026 alle 08:21
La parola ebraica chutzpah viene spesso tradotta come sfacciataggine, faccia tosta, audacia. A volte ha una connotazione negativa e può indicare un comportamento eccessivamente diretto, invadente o arrogante. Tuttavia, chi ha vissuto a lungo in Israele sa che la chutzpah è molto di più. È una forma di relazione con l’altro. Può capitare di essere per strada in Israele e avere bisogno di un’informazione. Basta chiedere. Qualcuno si fermerà quasi sempre per aiutarti. Se succede un incidente o una difficoltà, raramente le persone si voltano dall’altra parte. Al contrario, tendono a intervenire, a fare domande, a cercare una soluzione.
Per un europeo abituato a una maggiore distanza formale, questo atteggiamento può apparire invadente. In realtà nasce spesso dal desiderio di creare un contatto umano. Gli israeliani non amano molto le maschere sociali. Non sorridono per obbligo. Non fingono di essere d’accordo per mantenere un’apparente armonia. Se ti interrompono mentre parli, non sempre è mancanza di rispetto. Spesso significa che sono coinvolti nella conversazione. Se discutono animatamente, non significa necessariamente che siano arrabbiati. Significa che considerano importante ciò che stai dicendo.
In molte società, la cortesia serve a mantenere una distanza. In Israele, invece, la distanza viene spesso percepita come freddezza. Per questo gli israeliani fanno domande personali molto presto. Non necessariamente per invadere la privacy altrui, ma per stabilire rapidamente un rapporto autentico. La chutzpah è anche una forza sociale. Esistono in Israele innumerevoli organizzazioni che aiutano il prossimo in modo discreto e generoso. Ma esistono anche persone che, con una straordinaria faccia tosta, bussano alle porte di imprenditori e persone facoltose per raccogliere fondi destinati ai poveri, ai malati, agli anziani o alle famiglie in difficoltà. Anche questa è chutzpah. La capacità di non lasciarsi intimidire dall’autorità, dalla ricchezza o dalle convenzioni quando si ritiene che una causa sia giusta.
Molti studiosi hanno indicato la chutzpah come uno degli ingredienti che hanno contribuito allo sviluppo di Israele. È ciò che spinge a fare domande, a mettere in discussione lo status quo, a innovare, a rischiare, a tentare nuove strade senza essere paralizzati dalla paura del fallimento.
Naturalmente esiste anche un lato problematico. La chutzpah può diventare arroganza. Può trasformarsi in eccesso di sicurezza, in aggressività o in mancanza di sensibilità verso gli altri. Ma quando è equilibrata da un senso di responsabilità collettiva, diventa una straordinaria energia creativa. Mi colpisce che oggi, in molte parti del mondo, gli israeliani vengano spesso giudicati attraverso stereotipi semplicistici. Talvolta vengono esclusi da eventi, alberghi, ristoranti o contesti accademici semplicemente perché israeliani, oppure viene chiesto loro di prendere preventivamente posizione contro il proprio Paese per essere accettati. È una situazione dolorosa. Perché dietro ogni passaporto israeliano non c’è un simbolo astratto, ma una persona. Molti hanno svolto il servizio militare non per amore della guerra, ma perché era richiesto per la difesa del proprio Paese. Molti desiderano semplicemente vivere, lavorare, costruire una famiglia e contribuire alla società.
Forse comprendere il significato profondo della chutzpah può aiutare a guardare Israele con occhi diversi. Non come un popolo di persone maleducate o aggressive, ma come una società che ha scelto l’autenticità al posto della finzione, il coinvolgimento al posto dell’indifferenza, il contatto umano al posto della distanza. E quando si comprende questo, molte cose che prima sembravano sfacciataggine iniziano ad apparire semplicemente come una diversa forma di umanità. «Qualunque cosa tu possa fare, o qualunque cosa tu possa sognare di poter fare, cominciala. L’audacia racchiude in sé genio, forza e magia». Parola di Johann Wolfgang von Goethe.