Gli Usa trattano con l’Iran, ma i Pasdaran sparano e stracciano gli accordi (fasulli)

di Paolo Crucianelli - 11 Luglio 2026 alle 11:37

Nella notte tra il 7 e l’8 luglio il Comando centrale americano ha colpito oltre 80 obiettivi sulla costa meridionale dell’Iran — radar, difese aeree, missili antinave, una sessantina di motovedette dei Pasdaran — in risposta all’attacco contro tre navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz. Teheran ha replicato con missili sulle basi americane in Kuwait e Bahrein; Washington ha revocato la deroga che autorizzava l’export petrolifero iraniano, riportando in vigore le sanzioni dal 17 luglio; Trump, dal vertice Nato di Ankara, ha dato il cessate il fuoco per finito. Tutto questo a meno di tre settimane dalla firma del memorandum d’intesa che aveva chiuso la guerra di primavera.

A prima vista, un comportamento privo di logica. L’Iran è la parte che dall’accordo ricava di più: la riapertura dello Stretto, lo sblocco dei fondi congelati, le deroghe petrolifere, un piano di ricostruzione da trecento miliardi di dollari. Perché sabotare, colpendo navi civili di passaggio, proprio l’intesa che lo salva? La risposta è che “l’Iran”, al singolare, non esiste. È come il Giano bifronte: esistono almeno due Iran, e non rispondono alla stessa volontà.

Il primo è quello che firma: il presidente Pezeshkian e il ministro degli Esteri Araghchi, che ancora di recente hanno difeso l’accordo rivendicandone l’approvazione da parte della Guida suprema e del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, e che accusano Washington di violare il memorandum con la revoca delle deroghe. Il secondo è quello che spara: il Corpo delle Guardie della rivoluzione, che non ha mai nascosto l’ostilità all’intesa e che, secondo il Wall Street Journal, ne blocca ai vertici ogni sviluppo. Gli attacchi alle navi — mai rivendicati da Teheran, ma attribuiti dalle fonti americane e del Golfo alle forze iraniane — portano la firma operativa dei Pasdaran, che nel fine settimana avvertivano via radio i mercantili: i nostri missili e droni sono pronti a colpirvi. Gli analisti dell’Institute for the Study of War lo scrivono da mesi: il processo decisionale iraniano appare controllato dai Guardiani, non dai funzionari che negoziano, e le azioni dei primi contraddicono sistematicamente le parole dei secondi.

C’è un’aggravante strutturale: i Pasdaran rispondono soltanto alla Guida suprema, e la Guida suprema è stata uccisa a febbraio. Finché la successione resta opaca, nessuno può ordinare loro di fermarsi con autorità indiscussa, e ogni fazione tira la corda fin dove le circostanze lo consentono. Perché limiti esistono, ma sono imposti dai rapporti di forza, non dalla volontà: le rappresaglie dei Guardiani restano calibrate, dimostrative, attente a non produrre morti americani che renderebbero l’escalation irreversibile.

Resta la domanda sul movente, e qui il memorandum offre un indizio. Il testo prevede la riapertura dello Stretto e un dialogo tra Iran e Oman sulla sua futura amministrazione, ma non chiarisce quale ruolo residuo spetti a Teheran; gli stessi analisti americani hanno notato che nulla vieta esplicitamente all’Iran di “gestire” il transito. Le forze armate iraniane hanno colmato l’ambiguità a modo loro: mai permetteremo ad altri di gestire lo Stretto. Ogni attacco alle navi è un modo di iscrivere questa pretesa nei fatti prima che i negoziati la iscrivano nelle carte: chi controlla il rischio a Hormuz controlla un pedaggio, riscuotibile in denaro o in concessioni politiche, su un quinto degli idrocarburi mondiali via mare.

La vera questione, per Washington, non è cosa ci sia scritto nell’accordo: è capire se chi lo firma abbia il potere di farlo rispettare. Perché un trattato con la diplomazia iraniana vale esattamente quanto l’obbedienza dei Pasdaran. Cioè, per ora, nulla.

Il grande archivio di Israele

Abbonamenti de Il Riformista

In partnership esclusiva tra il Riformista e JNS

ABBONATI
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x