“Di dove sei?”, “Sono israeliano”. E nel negozio di Milano scatta la perquisizione per un furto che non c’è

di Dalia Gubbay - 10 Luglio 2026 alle 07:57

C’è un episodio che merita di essere raccontato, non perché eccezionale, ma proprio perché non lo è più abbastanza. Qualche giorno fa, in un negozio di Milano, tre bambini di una famiglia ebrea ortodossa (13, 11 e 9 anni), sono stati fermati da una guardia giurata mentre facevano semplicemente ciò che fanno tutti i bambini in un negozio: guardare, scegliere, pagare, uscire. L’uomo ha chiesto loro da dove venissero. Quando la risposta è stata “siamo israeliani“, qualcosa è cambiato: tasche perquisite, portafoglio rovistato in ogni scomparto, alla ricerca di un furto che non c’era e non c’è mai stato. Parliamo di bambini, trattati come sospetti per una parola pronunciata senza pensarci, ragazzini che si sono ritrovati soli davanti a un adulto che li accusava senza motivo e quella sensazione, il non capire perché, resta addosso più a lungo di qualunque perquisizione.

Ma non finisce qui. Qualche sera dopo, il fratello maggiore è tornato nello stesso negozio con la moglie in stato di gravidanza e il loro bambino piccolo. Stessa scena. L’uomo, che indossa un abbigliamento che lo definisce, viene a sua volta perquisito. Non trovando nulla nelle tasche né nella borsa, la stessa guardia comunque lo trattiene, e alla domanda su cosa volesse ancora da lui, la guardia risponde sorridendo “potrei anche spogliarti”. Proviamo a immaginare cosa significhi, per un padre, sentirsi dire queste cose con il proprio bambino in braccio: l’umiliazione di essere trattato come un criminale, la rabbia di non poter reagire, e intorno a sé solo indifferenza. A quel punto comincia a filmare l’accaduto e la situazione si surriscalda. Quando arriva il responsabile del negozio, non interviene per cercare di capire, né per tutelare chi era stato trattenuto senza colpa: impone la cancellazione di foto e video, chiudendo il negozio, difatti sequestrandoli, finché la famiglia non si vede costretta ad obbedire. A quel punto viene cacciata. Cacciata due volte: prima dal sospetto, poi dal silenzio di chi avrebbe dovuto proteggerla. Va detto, per completezza, che la stessa guardia non aveva nemmeno un documento valido: solo un codice fiscale scaduto dal 2021, senza foto, e non parlava italiano. Un dettaglio che dice molto su chi viene autorizzato a occuparsi di sicurezza.

Non scrivo queste righe per fare di un episodio una generalizzazione. Scrivo perché conosco fin troppo bene la dinamica che si nasconde dietro storie come questa: la velata insofferenza che scatta non per un comportamento, ma per una parola o un aspetto particolare. È lo stesso meccanismo, silenzioso e quasi automatico, che negli ultimi anni abbiamo visto riaffiorare in contesti diversi: uno sguardo che si fa diffidente, un controllo che si fa persecuzione, una normalità negata a chi porta, semplicemente, un’identità. E resta, in chi lo subisce, un peso che non si cancella insieme alle foto: la sensazione di non essere mai davvero al sicuro, nemmeno facendo la spesa. Nemmeno se si è solo dei bambini. Questo oggi non deve succedere. Questo oggi succede agli ebrei.

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