“Buttarla in caciara”: la psicologia del potere nell’era di Trump

di David Gerbi - 12 Luglio 2026 alle 12:35

Per anni ho osservato Donald Trump con un misto di fascinazione e disorientamento. L’ho visto prendere decisioni coraggiose a favore di Israele, come il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. L’ho visto promuovere gli Accordi di Abramo. L’ho visto intervenire in crisi internazionali che sembravano bloccate. Ma ho visto anche altro. Ho visto il rifiuto di accettare la sconfitta elettorale del 2020. Ho visto il 6 gennaio, una scena che sembrava uscita da un film western. Ho visto attacchi pubblici contro alleati, avversari, giornalisti e perfino collaboratori che fino al giorno prima sembravano indispensabili. L’ho visto insultare, provocare, minacciare, umiliare. E poi, spesso, tornare al tavolo delle trattative come se nulla fosse accaduto. Col tempo ho smesso di sorprendermi. Ho iniziato invece a chiedermi quale fosse il meccanismo psicologico sottostante. Che cosa rende questo stile di leadership così efficace per alcuni e così destabilizzante per altri? È stato allora che mi è venuta in mente una vecchia espressione italiana: «Buttarla in caciara». Le polemiche tra Donald Trump, Giorgia Meloni, Benjamin Netanyahu e altri leader internazionali riempiono quotidianamente giornali e social network. Gli insulti, le provocazioni e le dichiarazioni clamorose attirano immediatamente l’attenzione dell’opinione pubblica.

Ma dietro questi episodi si nasconde un fenomeno molto più interessante e universale: la tendenza a “buttarla in caciara”. È un’espressione tipicamente italiana che descrive una dinamica che tutti conosciamo. Durante una discussione qualcuno si rende conto di essere in difficoltà. Le argomentazioni non lo favoriscono, i fatti non confermano la sua posizione, oppure semplicemente teme di perdere consenso.

A quel punto, invece di affrontare il merito della questione, cambia il terreno di gioco. Alza i toni. Provoca. Offende. Generalizza. Introduce argomenti nuovi. Sposta continuamente il centro della conversazione. L’obiettivo non è più cercare la verità, ma impedire che qualcuno possa arrivarci.

Nella psicologia della comunicazione questa strategia è ben conosciuta. Gli studiosi parlano di “distrazione”, “misdirection” o “red herring”: una falsa pista che devia l’attenzione dal problema reale.

La tecnica può assumere forme diverse. Si può attaccare la persona invece delle sue idee. Si può cambiare argomento. Si può evocare un’emozione forte per impedire una riflessione lucida. Si può perfino creare uno scandalo artificiale per oscurare una questione più importante. In tutti questi casi il meccanismo è lo stesso: il discorso principale scompare.

Nella vita quotidiana vediamo spesso questa dinamica. Quando un marito e una moglie stanno discutendo di un problema concreto e uno dei due tira fuori una questione di dieci anni prima. Quando in una riunione di lavoro qualcuno, messo alle strette dai fatti, inizia a parlare d’altro. Quando in politica una polemica personale occupa le prime pagine mentre le decisioni realmente importanti passano in secondo piano.

L’espressione “buttarla in caciara” descrive tutto questo con straordinaria efficacia. Non è soltanto una questione di rumore. È una strategia per evitare il confronto con la realtà. Perché la realtà, a volte, è scomoda. Richiede di riconoscere un errore. Richiede di accettare di non avere ragione. Richiede di tollerare la frustrazione. E non tutti sono disposti a farlo.

Osservando la politica internazionale degli ultimi anni, viene spontaneo chiedersi se questa dinamica non sia diventata anche una vera e propria tecnica di leadership. Donald Trump ne rappresenta forse l’esempio più evidente.

Al di là dei giudizi politici, colpisce la sua capacità di spostare continuamente l’attenzione pubblica da un tema all’altro. Un giorno Gaza. Il giorno dopo l’Ucraina. Poi i dazi. Poi la Groenlandia. Poi il Venezuela. Poi gli immigrati. Poi il Nobel per la Pace. Poi una polemica con un leader alleato. Poi un’altra ancora.

Che si tratti di una strategia deliberata o di uno stile personale, l’effetto è sempre lo stesso: il sistema politico e mediatico viene costretto a rincorrere l’argomento del giorno. L’attenzione diventa instabile. Le persone si sentono disorientate. I governi reagiscono più che agire. Le emozioni prevalgono sulla riflessione. La discussione viene continuamente riaperta e raramente approfondita.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché Trump possiede anche un’altra caratteristica che merita attenzione. Esiste un antico proverbio arabo che dice: “Litiga, ma lascia sempre un’espressione del viso per incontrarti di nuovo”. È un invito a non chiudere mai completamente una porta, a non rendere irreversibile ogni conflitto e a lasciare sempre uno spazio per la trattativa futura.

Osservando Trump, si nota spesso questa dinamica. Attacca. Critica. Umilia. Minaccia. Poi, improvvisamente, incontra di nuovo la stessa persona. Tratta. Negozia. Ricuce. Riapre il dialogo.

In questo senso la caciara non è soltanto confusione. Diventa uno strumento di negoziazione permanente. Nulla è mai definitivamente acquisito. Ma nulla è nemmeno definitivamente perduto. Le alleanze vengono continuamente rinegoziate. I rapporti vengono continuamente ridefiniti.

Da questo punto di vista, Trump sembra comportarsi più come un uomo d’affari che come un politico tradizionale. Non ragiona principalmente in termini di fedeltà storica, amicizie consolidate o alleanze immutabili. Ragiona in termini di opportunità, convenienza e capacità di ottenere un risultato.

Per alcuni questa è una forma di pragmatismo. Per altri è una forma di instabilità. In ogni caso produce un effetto psicologico evidente: gli interlocutori non sanno mai con certezza quale sarà la prossima mossa. E quando l’incertezza aumenta, aumenta anche la dipendenza da chi controlla il gioco.

C’è però un ultimo aspetto che merita attenzione. La caciara non produce soltanto rumore. Produce stanchezza. Quando l’attenzione viene continuamente spostata da un tema all’altro, le persone finiscono per perdere la capacità di distinguere ciò che è importante da ciò che è urgente.

Tutto sembra decisivo. Tutto sembra un’emergenza. Tutto sembra richiedere una reazione immediata. Ma quando tutto diventa urgente, nulla viene veramente approfondito.

È una dinamica che riguarda la politica, ma anche la vita quotidiana. Molte persone oggi vivono immerse in un flusso continuo di notizie, polemiche, indignazioni e allarmi. Passano da una crisi all’altra senza avere il tempo di comprendere davvero nessuna di esse.

In questo senso, il controllo dell’attenzione è diventato una delle forme più potenti di esercizio del potere. Chi riesce a decidere di cosa si parla, spesso riesce anche a decidere di cosa non si parla.

Per questo la vera sfida non è soltanto difendersi dalla manipolazione. È imparare a mantenere la propria attenzione. È saper distinguere il rumore dai fatti. L’urgenza dall’importanza. La provocazione dalla realtà.

Dal punto di vista psicologico, la capacità di restare sul tema è una forma di maturità. Significa riuscire a sopportare il disagio senza fuggire nella confusione. Per questo, quando una discussione deraglia, può essere utile fermarsi e chiedersi: “Qual era la domanda iniziale?”. Spesso basta questa semplice domanda per riportare il dialogo alla realtà.

Forse la libertà, oggi, non consiste soltanto nel poter esprimere la propria opinione. Consiste anche nel decidere a cosa concedere la propria attenzione.

In un’epoca dominata dai social media, dalle polemiche continue e dalle reazioni impulsive, il vero atto rivoluzionario non è gridare più forte. È restare sul punto. È non lasciarsi trascinare nella caciara. È continuare a cercare la verità anche quando il rumore diventa assordante.

Gli americani non dicono semplicemente “prestare attenzione”. Dicono: “to pay attention”. Letteralmente: pagare attenzione. Come se l’attenzione fosse una moneta. E alla fine di una conferenza o di un discorso dicono spesso: “Thank you for your attention.” Grazie per la vostra attenzione. Come se ringraziassero il pubblico per il tempo, l’energia e la concentrazione che ha deciso di investire. Forse è proprio così. Ogni giorno spendiamo la nostra attenzione. La spendiamo per una notizia, una polemica, una paura, una speranza, un leader politico o una crisi internazionale. E chi riesce a decidere dove milioni di persone spendono la propria attenzione possiede già una parte del potere. Forse, oggi, la vera libertà non consiste soltanto nel poter esprimere la propria opinione. Consiste anche nel decidere a chi e a che cosa concedere la propria attenzione.

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