Trump tratta con l’Iran senza strategia: ignora che i terroristi vogliono distruggere Israele
di Marco Del Monte - 16 Luglio 2026 alle 14:51
Il secondo mandato di Donald Trump rischia di essere iscritto nei libri di storia come il più grosso disastro di tutti i tempi; a memoria d’uomo, infatti, non si ricorda nessun presidente Usa che abbia condotto una politica generale così ondivaga e priva di senso logico. Si è contornato di persone al suo livello, e questo aggrava la situazione; d’altra parte, un egocentrico come lui mal sopporterebbe uomini dall’ombra più grande della sua. Il poeta reggino Nicola Giunta scriveva “su’ nani e vonnu tutti nani”, il che rende bene l’idea; l’unico che si sta dimostrando all’altezza del ruolo è il Segretario di Stato (ministro degli Esteri) Marco Rubio, al quale, tuttavia, Trump non lascia molto spazio.
Il tycoon ha iniziato il suo mandato manifestando l’ambizione di arrivare a guadagnarsi il premio Nobel per la Pace, ponendo fine a tutte le guerre in atto in poche settimane; naturalmente, non solo non ne ha chiusa nemmeno una, ma ne ha riattivata un’altra, in cui rischia di impantanarsi: quella con l’Iran, con cui il confronto non si è mai chiuso. Nel frattempo stanno arrivando già le elezioni di midterm con in mano una guerra vecchia di mezzo secolo, ma che sarà ricordata come “la guerra di Trump”: la guerra di Persia, affrontata come se fosse una riunione di condominio, ignorando completamente la millenaria storia di quel Paese. Come illustra il verso di Giunta, ha mandato in giro come suoi negoziatori personali due simpatici immobiliaristi, con aspirazioni da grandi affaristi: Steve Witkoff e Jared Kushner (che è anche suo genero). Per completezza di informazione, anche il vice presidente J. D. Vance, ex marine, è un immobiliarista. Questi tre signori si sono ritrovati di fronte a politici di carriera, come il primo ministro inglese, lo stesso Putin e, in Iran, gente come Bagher Ghalibaf e Abbas Araghchi, eredi dei grandi ambasciatori di Serse o Dario il Grande.
Il 4 luglio scorso gli Usa hanno festeggiato i 250 anni di storia, mentre tutti gli altri Paesi coinvolti viaggiano in millenni. Il primo segnale negativo si ebbe a giugno dello scorso anno, quando il riuscito attacco all’Iran fu interrotto il 24 giugno 2025, dopo soli dodici giorni di combattimento. Come in tutte le guerre mediorientali, la pace è solo un intermezzo tra due cessate il fuoco e non c’è mai niente di definitivo. Guardando la situazione, senza considerare i precedenti storici, i politici occidentali parlano di una guerra portata illegalmente all’Iran da Stati Uniti e Israele, senza alcun motivo; valgono invece ben altre considerazioni.
Gli Usa e l’Iran hanno un conto aperto dal 1979, quando gli ayatollah hanno preso il potere e in quel contesto si ebbe la cosiddetta “crisi degli ostaggi” (1979-1981). In sintesi: nel 1979 la Rivoluzione iraniana rovesciò lo scià Mohammad Reza Pahlavi, storico alleato degli Stati Uniti. Al suo posto salì al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini, che instaurò una Repubblica islamica fortemente antiamericana. Il 4 novembre 1979, un gruppo di studenti rivoluzionari occupò l’ambasciata americana a Teheran, chiedendo la consegna dello scià all’Iran perché fosse processato; la restituzione delle ricchezze che ritenevano sottratte dal sovrano. Furono inizialmente catturati 66 americani; alcuni vennero rilasciati quasi subito e rimasero 52 ostaggi, trattenuti per 444 giorni. Il presidente Carter cercò inizialmente una soluzione diplomatica, e quando la diplomazia non funzionò, autorizzò una missione militare di salvataggio.
Nell’aprile 1980 venne lanciata l’operazione Eagle Claw. La missione fallì nel deserto iraniano a causa di problemi tecnici e di una collisione tra un elicottero e un aereo da trasporto, nella quale morirono otto militari statunitensi. Il fallimento fu un grave colpo al prestigio degli Stati Uniti e alla credibilità politica di Carter. Dopo lunghe trattative, gli ostaggi furono liberati il 20 gennaio 1981, dopo 444 giorni di prigionia, proprio nel giorno dell’insediamento del nuovo presidente Ronald Reagan. L’accordo prevedeva, tra l’altro, lo sblocco di alcuni beni iraniani e l’impegno statunitense a non interferire negli affari interni dell’Iran.
Per quanto riguarda Israele, invece, il nuovo regime iraniano cominciò immediatamente a programmare la sua distruzione, che sarebbe dovuta avvenire con un lento processo, mutuato dal comportamento del serpente boa constrictor: un avvolgimento lento della preda e il suo stritolamento. Il progetto, però, ebbe un iniziale “stop” di circa otto anni, tempo di durata della guerra con l’Iraq, vinta dall’Iran e che certificò l’affermarsi di una potenza sciita, polo di attrazione per gli altri Paesi limitrofi. È noto che gli sciiti sono i più contrari all’entità ebraica, verso la quale sono mossi da motivazioni etiche e religiose che non ammettono compromessi. Approfittando delle frequenti crisi regionali, come la guerra civile in Siria, vicende interne dello Stato d’Israele, sommovimenti in Giordania, ma, soprattutto, crisi interna libanese, il regime iraniano cominciò a insediare nel sud del Libano un primo nucleo dei futuri Hezbollah, armandoli, istruendoli e sostenendoli anche finanziariamente, così come gli Houthi nello Yemen e Hamas a Gaza. In questo modo venne a concretizzarsi una “cintura di fuoco” attorno a Israele, che ha cominciato a dover sostenere una guerra quotidiana alle sue frontiere, guerra sfociata negli avvenimenti del 7 ottobre 2023. Il problema più serio, al momento, è che Trump sembra ignorare tutto questo pregresso e sta trattando con l’Iran come ha fatto con il Venezuela. Dove ci porti, Mr. Trump?