“Incontri segreti del Mossad con Ahmadinejad”. Cosa c’è di vero sul piano di Israele per il cambio di regime in Iran

di Paolo Crucianelli - 15 Luglio 2026 alle 11:43

Ci sono notizie che sembrano uscite da un romanzo di spionaggio, e questa è una di quelle: secondo un’inchiesta del New York Times, affiancata da una parallela di Haaretz, il Mossad avrebbe coltivato per anni Mahmoud Ahmadinejad — l’ex presidente iraniano — come proprio contatto, con un piano finale vertiginoso: farne il leader dell’Iran dopo la caduta del regime. Proprio lui, l’uomo che negava l’Olocausto e prometteva di cancellare Israele dalle carte geografiche, tanto da meritarsi ai tempi una gustosa caricatura di Maurizio Crozza. Che quell’uomo finisca nei dossier israeliani come possibile alleato è il genere di paradosso che impone di distinguere, con pazienza, ciò che è appurato da ciò che è soltanto possibile.

Partiamo da ciò che è certo. Le due inchieste esistono, sono indipendenti e concordano nell’impianto. Il Mossad, interpellato, non ha smentito: ha rifiutato di commentare, così come il portavoce di Ahmadinejad. E soprattutto esiste una conferma pubblica con nome e cognome: l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Tamir Hayman ha dichiarato alla tv americana PBS che attorno ad Ahmadinejad ci fu “una sequenza di operazioni speciali molto particolari”; il Jerusalem Post aggiunge di averne avuto riscontro da proprie fonti occidentali. Che tra Israele e l’ex presidente ci siano stati contatti diretti e ripetuti è quindi, oggi, difficilmente contestabile.

Poi c’è il racconto dettagliato, verosimile ma affidato a fonti anonime americane e iraniane, che va maneggiato come tale. Un primo aggancio nel 2023 in Guatemala, a margine di una conferenza ambientale. Nel 2024 l’episodio più romanzesco: un invito di copertura a un convegno sul clima a Budapest, orchestrato tramite il rettore di un’università ungherese, dove l’allora capo del Mossad David Barnea avrebbe incontrato Ahmadinejad di persona, informando poi la CIA dell’apertura del canale; Israele avrebbe coperto spese di viaggio e alloggio. Un secondo incontro nel giugno 2025, alla vigilia della guerra dei dodici giorni. Infine, nel febbraio scorso, l’epilogo: un raid israeliano sul suo compound di Teheran come diversivo, un’auto con agenti del Mossad che lo preleva e lo nasconde in un rifugio segreto dentro l’Iran, in vista di un cambio di regime (con annessa sollevazione curda), che tuttavia non è mai arrivato. Deluso e spaventato, Ahmadinejad se ne sarebbe andato, ricomparendo solo ai funerali di Khamenei: ora, secondo quattro alti funzionari iraniani, sarebbe agli arresti dei Pasdaran.

Ed è qui che serve la domanda scomoda: perché tutto questo esce adesso? Le ultime rivelazioni non provengono da fonti israeliane, e la versione che leggiamo serve molto più a Teheran: giustifica l’arresto, brucia come traditore un critico del regime nel momento più fragile della successione, umilia il Mossad. Questo non rende la storia falsa, ma consiglia prudenza sulle proporzioni: tra un canale di contatto esplorativo e un vero reclutamento corre molta strada, e chi ha parlato aveva interesse a raccontare la seconda versione. Resta il paradosso umano, il più interessante: da anni Ahmadinejad era in rotta col sistema, escluso dalle elezioni, trasformato in accusatore della vecchia guardia. Ma perché avrebbe trattato con il nemico giurato? Un suo ex consigliere ha offerto al New York Times la risposta più antica del mondo: non l’avrebbe fatto per denaro. Lui vuole il potere. E per il potere, evidentemente, anche le carte geografiche si possono ridisegnare.

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