Amnesty s’indigna per il pediatra di Gaza detenuto da Israele, ma ignora che è affiliato ad Hamas
di Enrico Cerchione - 16 Luglio 2026 alle 08:27
A luglio Amnesty International UK ha pubblicato un aggiornamento del suo rapporto sul “movimento anti-diritti” nel Regno Unito. Nel documento vengono inserite tra gli “anti-rights actors” diverse organizzazioni che difendono i diritti basati sul sesso biologico, tra cui Beira’s Place, LGB Alliance, For Women Scotland e Sex Matters. Beira’s Place, fondato nel 2022 a Edimburgo da J.K. Rowling (la creatrice di Harry Potter e femminista), è un servizio indipendente di supporto pratico ed emotivo per donne biologiche vittime di violenza sessuale, stupro e violenza domestica. Esplicitamente single-sex, accoglie solo donne biologiche ed è sostenuto in larga parte con fondi personali della scrittrice. La sua nascita è legata al dibattito britannico sulle policy self-ID: molte organizzazioni storiche di supporto alle donne avevano adottato modelli misti o basati sull’autodeterminazione di genere, spesso sotto pressione degli attivisti. Rowling ha giustamente risposto ad una richiesta specifica evinta alle numerose testimonianze di sopravvissute di violenza maschile che, per trauma, non si sentono sicure o a proprio agio in presenza di maschi (inclusi quelli che si identificano come donne), rendendo intollerabile la condivisione di spazi con corpi maschili. Il centro offre così una scelta concreta: spazi protetti e sensibili al trauma basati sul sesso biologico, senza dover condividere l’ambiente con maschi indipendentemente dalla loro identità di genere.
Da quando è stato aperto, Beira’s Place ha subito proteste da attivisti transgender e critiche feroci, venendo accusato di essere “transfobico” per aver escluso le donne trans. Amnesty International UK lo ha inserito nel rapporto come “anti-rights actor”, sostenendo che difendendo spazi basati sul sesso biologico il centro “visibilmente si oppone ai diritti” delle persone LGBT+. Chi difende Beira’s Place sottolinea che non nega l’esistenza né i diritti fondamentali delle persone transgender, ma risponde a un bisogno specifico e documentato: molte sopravvissute riferiscono che la presenza di maschi, anche non aggressivi, può riattivare il trauma. Dati e testimonianze di organizzazioni femminili confermano che questa richiesta non è marginale. Il caso evidenzia un conflitto reale tra il diritto delle donne biologiche a spazi single-sex trauma-informed e la richiesta di piena inclusione delle persone transgender basata sull’identità di genere. Il centro non risolve il conflitto, ma offre un’alternativa concreta e razionale a chi ritiene che il sesso biologico mantenga rilevanza in determinati contesti.
Parallelamente è riemerso il caso del dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan a Gaza, detenuto da Israele dal 27 dicembre 2024 senza processo sotto la legge sugli “Unlawful Combatants”. Amnesty International ha condotto campagne per il suo rilascio immediato e incondizionato, presentandolo come un medico che ha rifiutato di abbandonare i pazienti e come vittima di detenzione arbitraria e condizioni dure, chiedendo anche l’intervento degli Stati Uniti. Israele accusa, con documenti e foto verificabili, che il dottor Abu Safiya sia un colonnello nel dipartimento sanitario del Ministero dell’Interno gestito da Hamas e abbia partecipato ad attività legate al gruppo, ritraendolo in uniforme mimetica durante eventi di Hamas. Amnesty ha scelto uno schema sbilanciato: enfatizza il ruolo umanitario e la durezza della detenzione senza dare pari peso alle accuse di affiliazione e alle prove fotografiche. Questo rientra in una tendenza ad aderire a una narrazione critica verso Israele anche quando emergono elementi di sicurezza o appartenenza a gruppi armati.
I due casi sono sintomi dello stesso fenomeno: l’adozione da parte di Amnesty di framework ideologici contemporanei. Nel caso del genere, l’identità soggettiva viene posta al di sopra del sesso biologico; nel conflitto di Gaza, una narrazione fortemente critica verso Israele persiste anche di fronte a elementi di affiliazione a gruppi armati. Quando un’organizzazione storica come Amnesty fa proprie queste griglie interpretative, rischia di perdere la capacità di analisi imparziale che ha caratterizzato la sua nascita. La missione originaria di difendere i prigionieri di coscienza e i diritti fondamentali senza distinzioni ideologiche viene compromessa quando certi framework (sull’identità di genere o sul conflitto israelo-palestinese) diventano dominanti. L’appiattimento sulle teorie del “gender identity” e sulle posizioni palestiniste ha riaperto il dibattito su come l’organizzazione inquadra i fatti, indicando che Amnesty rischia di essere percepita come influenzata da correnti ideologiche del momento più che da un’analisi rigorosa e bilanciata. In entrambi i casi, la credibilità dell’organizzazione sta vacillando, incapace com’è di dimostrare imparzialità anche (e soprattutto) sui temi più divisivi.