Herzl, il Mosè del Novecento

di Antonio Cardellicchio - 23 Luglio 2026 alle 18:00

 

In questo tempo oscurantista di antiebraismo e antisionismo di massa, tossico, satanico, genocida, apice di una marea antioccidentale, di una decivilizzazione barbarica, la fondazione del sionismo contemporaneo — la sua origine, originalità, nobiltà — riluce nella nuova traduzione di Daniele Scalise del classico libro di Theodor Herzl.

Oceani di odio mortale, di calunnia infame, di criminalizzazione e disumanizzazione del Risorgimento ebraico si dissolvono nella chiarezza di questo libro chiave, nella sua luminosità liberale, nell’evidenza di un percorso e di finalità di assolutezza pacifica.

Chi ha mantenuto l’umanità dell’umano, una mente aperta, un cuore non inaridito e indurito dalla cultura dell’odio, della violenza, del risentimento, del “socialismo degli imbecilli” tipico del razzismo illimitato contro la minoranza ebraica, può vedere nella parola e nell’azione di Herzl (1860-1904) una esemplarità di libertà, una necessità urgente per la salvezza e il rifugio di un piccolo grande popolo dalla persecuzione e dalla morte. Il progetto sionista accende la sua luce contro la spietata e ossessiva legge che vuole gli ebrei eterno capro espiatorio, propria del totalitarismo antisemita che andava diffondendosi a fine Ottocento.

La meritoria associazione Setteottobre (nata di slancio contro l’orrore infinito di quel massacro, sostenuto da una corrente antiebraica che giustifica ed esalta la ferocia dei massacratori) inaugura una sua iniziativa editoriale, SeferOttobre appunto, con questa nuova traduzione dal tedesco delle pagine di Herzl. Stefano Parisi, presidente dell’associazione, nella sua prefazione evidenzia come lo Stato degli ebrei sia un modello di autodeterminazione e di costruzione di una società democratica: “Il sionismo è stato precursore di molte lotte per l’indipendenza e continua ad essere un modello per quei popoli che aspirano a una propria sovranità; esso risponde in modo concreto al rischio di assimilazione forzata e alla negazione delle identità culturali”. In effetti, l’antisionismo criminale del jihadismo e della ottusa burocrazia onusiana terzomondista impone una “umanità” astratta, indifferenziata, omogeneizzata, che esclude e condanna le libere identità, soprattutto minoritarie.

Scrive Parisi: “Il modello sociale di Herzl è liberale — risorse private, Stato minimo, libero mercato, proprietà privata, spirito imprenditoriale — e socialista: il valore del lavoro come ‘innalzamento etico’, welfare, solidarietà, fino a proporre che la giornata lavorativa fosse di sette ore per cinque giorni alla settimana”.

Una lettura serena, libera, del libro di Herzl ci immerge in un progetto realista, non utopico, volontario, pacifico, diplomatico, negoziale, pluralista. Si può comprendere fino a che punto l’antisionismo abbia costruito un mondo alla rovescia rispetto alla realtà sionista.

In una postfazione Paolo Macry, professore emerito di storia contemporanea all’Università Federico II di Napoli, sintetizza la vita e l’opera di Herzl e cita l’autore in alcune affermazioni fondamentali sul carattere occidentale dello Stato degli ebrei: “Questa emigrazione avviene all’interno del mondo civile. Per l’Europa saremmo una barriera contro l’Asia e serviremmo come avamposto della civiltà contro la barbarie”. E ancora, sul carattere liberale del progetto, Herzl sostiene: “Intendiamo rispettare e promuovere i diritti dell’individuo. La proprietà privata, come fondamento economico dell’indipendenza, dovrà svilupparsi liberamente. Lo spirito imprenditoriale dovrà essere incentivato in ogni modo”. Il progetto si fonda su un forte dinamismo innovativo, come poi sarà nella realtà israeliana.

Il cuore vivo dell’opera di Herzl è la lucida presa d’atto del fallimento dell’assimilazione ebraica nell’Europa postilluminista. L’autore scrive sotto la profonda emozione dell’Affare Dreyfus, di cui fu testimone oculare e corrispondente da Parigi: tutti gli sforzi di integrazione vengono annullati da una crescente discriminazione. Per Herzl gli ebrei avevano tentato, ovunque e con tutta onestà, di integrarsi nelle società ospitanti mantenendo solo la fede dei propri padri, ma anche questo era stato sempre respinto e vanificato dalle tirannie delle maggioranze. Anche l’emancipazione formale e legale riconosciuta dalle costituzioni liberali ottocentesche si era rivelata una finzione giuridica, impotente davanti a un antisemitismo dilagante. Per l’autore, la stessa presenza di una minoranza inassimilabile e priva di una patria statuale all’interno dei moderni Stati-nazione europei agisce come un catalizzatore inevitabile per il razzismo antiebraico.

Per Herzl, l’abbandono dell’Europa e la fondazione di uno Stato per gli ebrei non rappresenta solo una soluzione di salvezza vitale per un popolo perseguitato, ma si configura anche come un beneficio per l’intera umanità, perché l’esodo ebraico disinnescherebbe la tensione antisemita nei Paesi ospitanti, contribuendo a una pacificazione complessiva e a un nuovo equilibrio delle relazioni internazionali.

Magistrale biografia critica di Herzl è quella di Amos Elon, La rivolta degli ebrei. Dalla diaspora alla patria: la storia di Theodor Herzl e del ritorno degli Ebrei in Palestina (Rizzoli, 1979; titolo originale Herzl). In oltre 520 pagine di narrazione avvincente e incalzante, senza agiografia ma con acuto realismo, Elon — eminente giornalista israeliano di “Haaretz” — da ebreo di sinistra accentua i difetti, i limiti, le vanità di Herzl, con il risultato di far emergere ancora meglio tutta la grandezza, la tenacia, il coraggio preveggente, la profonda umanità del fondatore del sionismo. Il sobrio, razionale borghese ebreo Herzl ottiene un clamoroso carisma messianico soprattutto da parte degli ebrei religiosi dell’Est, vittime dei feroci pogrom.

Nel 1934, anniversario della morte di Herzl, l’eminente rabbino Dante Lattes, grande biblista, scrive su “La Rassegna Mensile di Israel” che esiste un pericolo in un progetto meramente statuale, e ammonisce che una costruzione giuridica priva di una autentica, viscerale rigenerazione della cultura, della lingua ebraica e dell’etica rabbinica avrebbe rischiato di originare un “corpo senz’anima”. Ma, di fronte ai pericoli mortali dell’antisemitismo degli anni Trenta, Lattes esprime una suprema comprensione del libro di Baruch Hagani (Vita di Teodoro Herzl) e lo rilegge in una nuova luce: quella del martirio consapevole. Herzl viene presentato come un intellettuale purissimo che ha sacrificato se stesso, la propria salute, il proprio patrimonio e la propria famiglia per preparare i mezzi materiali della salvezza fisica del popolo ebraico. Lattes sente la fascinazione magnetica per l’uomo, dando a Herzl un contorno quasi divino: vede bene il “messianesimo laico” del fondatore del sionismo e riconosce che Herzl aveva, di fatto, secolarizzato le antiche, millenarie speranze del popolo.

L’azione politica, il costante sforzo quotidiano per operare “nel mondo” viene nobilitato e parificato a una tensione messianica, volta a collegare idealmente il cielo alla terra. Di fronte alle minacce mortali incombenti, lo Stato degli ebrei era l’unica soluzione di salvezza. Occorre comprendere che il messianesimo ebraico è radicalmente diverso dagli altri messianesimi religiosi “realizzati”: vive tutto nell’attesa. Come il rapporto sacro-profano, santo-laico non è di contrapposizione (clericalismo/laicismo integralista) ma di scambio e di simbiosi.

Israele, unica democrazia nel Medio Oriente: questa la motivazione più diffusa. Vera, ma riduttiva. Come dicono i maestri, l’ebraismo è più che sapienza, e si può comprendere come la democrazia ebraica e pluralista di Israele sia più che democrazia: sia profezia democratica, originarietà e originalità della libertà democratica, matrice della democrazia universale.
Atene e Gerusalemme sono radici e linfa della cultura e della civiltà mondiale. Nelle pòleis l’uomo è riconosciuto come zôon politikón (Aristotele) in quanto membro della comunità politica. Nel messaggio biblico, invece, nel profetismo ebraico, l’uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza è titolare di diritti e libertà inalienabili, su un piano di diritto naturale, divino e pre-politico. Ulisse, attraverso la sua Odissea avventurosa, rappresenta il nòstos, il ritorno a casa, a Itaca, mentre Abramo, ispirato da Dio, abbandona la casa per una destinazione ignota, per portare il messaggio etico ebraico-universale. Il film Odissea di Nolan ci fa ricordare che il poema omerico già contiene una struttura narrativa alternata, parallela e mobile, origine potente della narrazione di tutti i tempi, e che il romanzo ultramoderno e innovativo, l’Ulysses di Joyce, segue con tutta la sua audacia la struttura dell’Odissea omerica. Con la stessa eterna fecondità, la Torah ebraica è fonte e ispirazione del primato dell’etica e dell’ordine costituzionale per la limitazione del potere politico. Nella Bibbia ebraica si trova trecento volte il termine chiave Brit (Patto) tra Dio e gli uomini, esplicita base sacra di tutte le rivoluzioni costituzionali e di tutti gli ordini federali: un potere associativo e pattizio che limita e contrasta la concentrazione del potere e previene l’assolutismo totalitario. Israele è in radice una potenza etica antitotalitaria, avamposto dell’antiterrorismo, vessillo del pluralismo, madre di libertà.

La lezione di Israele al mondo: solo la forza giusta salva la libertà e la dignità umana, ostacola la prassi e il culto della estenuante mediazione, il culto della debolezza, e per questo sa opporsi alla forza disumana, barbara e genocida del jihadismo, delle autocrazie, del terrore totalitario.

Il grande archivio di Israele

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