Gli ebrei hanno reso New York la capitale del mondo, ma Mamdani li mette nel mirino
di Francesco Lucrezi - 26 Luglio 2026 alle 15:08
Ho avuto il piacere di visitare diverse volte New York, anche non da semplice turista, e ho sempre subìto da quella città-mondo uno straordinario senso di fascinazione. Lì è tutto più grande, più colorato, più maestoso. Lo spazio geometrico di Manhattan dà l’idea che la razionalità umana possa prevalere sul disordine della natura, l’altezza vertiginosa dei grattacieli rappresenta plasticamente l’ambizione umana di sfidare la legge di gravità, obbliga, in tutti i sensi, a guardare verso l’alto. La sensazione di essere nel centro del centro del mondo è qualcosa di concreto, di reale. Il tempo, in quella frenetica metropoli, è vorticosamente accelerato. Le strade, i quartieri, il paesaggio umano cambiano di giorno in giorno. L’arte, la cultura, il pensiero, la scienza, la comunicazione godono di un potenziamento incredibile. Ciò che nasce e si impone in quella città nasce e si impone dovunque, così come ciò che là decade e muore. New York è una fantascienza realizzata, tangibile. Il suo volto multietnico, multiculturale, multicolore dà veramente il senso di una possibile umanità unita. Litigiosa, certo, anche aggressiva, violenta, ma unita, nel bene e nel male.
So bene che, dove tutto è più grande, lo è anche la solitudine, ma resta il fatto che quel cuore pulsante ha rappresentato, per almeno tre secoli, un faro di speranza per infinite masse di diseredati, accolti dai commoventi versi di “The New Colossus”, la straordinaria poesia di Emma Lazarus incisa ai piedi della Statua della Libertà. Emma era ebrea, e scrisse quei versi, come raccontò lei stessa, sotto la commozione della visione dei cenciosi profughi ebrei russi e polacchi che, in fuga dalle terre dell’umiliazione e della servitù, cercavano scampo attraversando quella che Lazarus chiamò “the Golden Gate”, la porta d’oro. Da quella città gli ebrei hanno tanto avuto, e ad essa hanno tanto dato. È stato anche (o soprattutto) grazie a loro se oggi New York è la capitale del mondo. Pensare alla letteratura, alla pop art, al cinema, alla musica, alla finanza, alla stampa di New York senza gli ebrei è semplicemente impossibile. Molti ebrei hanno contribuito all’amministrazione municipale della città ed ebrei sono stati, nel dopoguerra, i Sindaci Abraham Beame, il popolarissimo Ed Koch, Michael Bloomberg.
Neanche a New York ovviamente sono mancati gli episodi di antisemitismo, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Nel 1984 il reverendo Jesse Jackson la chiamò con disprezzo “Hymietown”, città degli ebrei, e il movimento “Black Lives Matter”, molto forte nella Grande Mela, ha spesso usato espressioni offensive. Ma, fino a poco tempo fa, si trattava di fenomeni alquanto marginali. Gli ebrei si sentivano perfettamente integrati nel “melting pot”, nella città con la seconda presenza ebraica al mondo, dopo Tel Aviv. Uno dei motivi principali di questa ottima integrazione è che a New York, diversamente che nella vecchia Europa e anche nel resto dell’America, gli ebrei non sono stati “la” minoranza, ma “una” minoranza tra tante. Se nell’Europa cattolica avevano contro la potenza della Chiesa, nel resto dell’America hanno fronteggiato centinaia di diverse chiese protestanti, spesso in reciproca competizione, senza una guida unitaria. Ma a New York gli ebrei hanno incrociato le loro vite con quelle di whasp, cinesi, indiani, latinos, sikh, pachistani, afroamericani ecc. E naturalmente, islamici.
È molto bello che, nella città dove “everything is possible”, tutti, ma proprio tutti possano raggiungere successo, ricchezza, potere. Se oggi è capitato a te, domani potrà capitare a me, o a mio figlio. A condizione, naturalmente, che tutti rispettino tutti, davvero tutti. Sarebbe una bella cosa, perciò, in teoria, il fatto che al vertice dell’amministrazione comunale sia asceso un giovane uomo di origine indiana, nato in Africa e di fede musulmana. Sembrerebbe la definitiva dimostrazione dell’“American Dream”, anzi, del “New York Dream”. Peccato, però, che questo bell’uomo sorridente (sfoggia sempre un sorriso smagliante, come se fosse appena capitato qualcosa di meraviglioso, e lo fa anche quando dice parole di pietra), fin dalla sua campagna elettorale, abbia fatto (sorridendo) una scelta di campo tutt’altro che imparziale tra i suoi cittadini, abbia dato il suo manifesto appoggio (sorridendo) a dei sanguinari terroristi, abbia pronunciato (sorridendo) parole di fuoco contro un Paese di cui tanti newyorkesi hanno il passaporto, e abbia annunciato (sorridendo) di volerne arrestare il premier, qualora osasse mettere piede nella “sua” città. Addio, New York Dream. Sei morto. Con un sorriso.